Vincere la derisione, non evitarla. Lettera

Lettera

Sono un insegnante delle superiori e da qualche anno propongo agli studenti di parlare in pubblico attraverso la pratica delle Microconferenze, brevi performance oratorie tenute di fronte a un’ampia platea. È un’esperienza con cui si anticipa in età scolare una “prima volta” che di solito non si affronta prima dei trent’anni di vita.

In questo percorso mi sono più volte imbattuto in un paradosso solo apparente: spesso, a chiedere di potersi mettere in gioco con queste iniziative, sono proprio i ragazzi più timidi o quelli che mostrano problemi linguistici ed espressivi, non esclusa la dislessia.

Sono spinti a mettersi in gioco nonostante quelle difficoltà, anzi, spesso proprio per quelle difficoltà: sentono, nella possibilità di esibizione libera e sfrontata, un’occasione per vincerle di schianto, quasi con un colpo d’ascia.

Questa adesione – lo penso e lo chiarisco subito ai ragazzi – implica la disponibilità a sfidare il mondo con il proprio limite, non a nasconderlo né a sperare che gli altri non lo svelino o non lo deridano.

Educare un giovane che decide di mettersi in gioco in uno spazio pubblico significa renderlo più forte della derisione, non evitargli la derisione. Significa tentare di suscitare in lui una coscienza di questo tipo: “il mio pensiero e il mio desiderio di esprimermi sono più grandi del mio limite; io stesso sono più grande del mio limite”.

Ci pensavo ieri riflettendo sull’onda di proteste che si è levata per mettere sotto accusa Matteo Salvini e il suo video di apparente derisione di un giovane dislessico nel corso di una manifestazione delle Sardine.

E’ stata una scelta improvvida quella dello staff dell’ex ministro, ma non molto più sensata, a mio giudizio, è stata la reazione stizzita e pietistica con cui l’opinione pubblica e una certa stampa (Repubblica ha parlato di “cyberbullismo”) hanno accolto quel video.

In quella manifestazione c’era un 21enne (non un 12enne) che aveva scelto di parlare in pubblico, con foga e veemenza, nonostante il proprio limite. Era una scelta matura, pubblica, cosciente. Aveva delle possibili conseguenze, “inceppamento verbale” e derisione compresa. La sua forza non doveva essere la possibile querela (che pare abbia minacciato) o una difesa collettiva, ma la coscienza solida di chi ha a cuore un pensiero e non ha paura di gridarlo, così come può.

Non aveva bisogno di questa chiamata collettiva al “Telefono Azzurro”.

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Fonte Orizzonte Scuola

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