Turi (UIL) scrive a Feltri: la vera buona scuola è quella che insegna il pensiero critico

Gentile Direttore,

nel suo editoriale di giovedì 5 dicembre afferma che «gli studenti italiani, specialmente quelli del Sud, sono pressoché analfabeti», che «la scuola e le famiglie sono ignoranti perché non leggono», che il «loro linguaggio è miserrimo».

Lei teme che «gli stessi professori, abbiano difficoltà a spiegare ciò che essi stessi non comprendono appieno». Chiude il suo editoriale con un «cenno alla qualità di chi sta in cattedra».
Preferiamo pensare che Lei sia inciampato nella penna o nei tasti.
La sua fama di giornalista che non ha mai dubbi, pronto a giudizi sferzanti questa volta incappa in una serie di affermazioni che, a nostro parere, non inquadrano correttamente la situazione del nostro sistema di istruzione.

Ci permetta di nutrire dei dubbi: in primo luogo sulle modalità con le quali le ricerche, anche quelle dell’Ocse sono effettuate. Come Lei ben saprà queste ricerche vengono commissionate.
L’ottica e la messa a confronto dei dati per definire improbabili graduatorie che ne determinano gli effetti. I 79 paesi coinvolti hanno caratteristiche culturalmente non comparabili.
Nei dati di quest’anno, i livelli più alti in lettura e matematica sono concentrati in quattro provincie della Cina. Cosa che ci lascia perplessi, e ci lascia qualche sospetto, a meno di non voler considerare democrazia e libertà come fattori negativi per i processi di apprendimento.

Altra questione che vorremmo segnalarle è quella legata a quanto i test non misurano: pensiero critico, curiosità, creatività. Probabilmente solo le competenze, piuttosto che le conoscenze, come saper leggere e far di conto si possono, sempre con qualche margine di dubbio, misurare con i test.
Lo sviluppo di un pensiero critico, l’autonomia di pensiero, sono quanto ci aspettiamo da una scuola che offra a tutti possibilità conoscenze libere e di qualità.

In altro quotidiano – mi permetta di fare questo passaggio eterodosso – negli stessi giorni, sullo stesso tema, il ricordo di un lettore, nella rubrica di Augias, risponde alla domanda: «a che serve studiare?».
«Ad evadere dal carcere. L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare. In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. (…)».

La riflessione veniva posta su coloro che aiutano ad evadere, a quelli – proprio quelli che lei punta come probabili professori analfabeti – che rischiano di restare “nell’ergastolo dell’ignoranza” e ne sono evidentemente vittima.

La scuola ha un compito formidabile: riconoscere i talenti di tutti. Talenti diversi e unici che ogni persona, la cui alterità è evidente, ha in sé l’opportunità di un apprendimento critico, a nostro parere, non misurabile dai test, ma favorito da un buon insegnante.
Il modello di scuola a cui pensiamo e al quale stiamo lavorando ogni giorno – perché è una vera e propria battaglia culturale – è laica, statale, inclusiva, di qualità. E’ diritto e non servizio.

La scuola è una comunità democratica e partecipativa che contribuisce alla tenuta della democrazia del paese ed accoglie tutti, anche i bischeri.

Non si può passare da una categoria di eroi sociali, per come l’ha definita il ministro dell’istruzione, a quella di incompetenti totali, come fa lei, che non sono in grado di svolgere il proprio mestiere. Certo ci sarà pure qualche docente, di quelli che lei descrive, ma è una condizione che colpisce ogni categoria. Sarebbe bene evitare giudizi sommari.

La scuola statale di questo paese è sotto attacco da tempo: dalla politica che vorrebbe controllarla, dai privati che vorrebbero sfruttarla, dalla società che la critica, dalle mille difficoltà dei cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie.

Ha subito negli ultimi decenni processi di pseudo riforme che l’hanno, sostanzialmente, peggiorata.
Trattata con le regole di un supermercato: scegli i tuoi studi, i tuoi insegnanti e decidi chi è bravo e chi no, decidi se aumentargli lo stipendio o diminuirlo. E l’hanno chiamata buona scuola.

Lei ha ragione: dobbiamo tornare agli antichi valori.
Aggiungo: dobbiamo fare in modo che la scuola assuma la funzione che gli è propria, quella di comunità educante. La vera buona scuola è quella che insegna il pensiero critico, quella che consente allo studente di farsi un’idea propria e, magari di poter meglio competere nella società.
Regole e condizioni sociali che la scuola non si può limitare a trasmettere, ma tradurre, decondizionare, per indurre cambiamenti virtuosi.

Un ruolo che la scuola di un paese moderno in continua evoluzione, deve svolgere, ma non lo può fare da sola serve solidarietà e supporto per un nuovo patto che ridia slancio e ruolo alla scuola e ai suoi insegnanti che questo compito devono svolgere. Proprio quelli che definisce «malpagati», «indigenti», «frustrati», in una «condizione disonorevole».

Ecco quegli insegnanti, che meriterebbero la firma di un nuovo contratto, che non c’è stato per quasi dieci anni, che è stato rinnovato con il miraggio delle nuove elezioni, e che ora è scaduto di nuovo, quegli insegnanti raccolgono la fiducia degli italiani e la scuola è al terzo posto tra le istituzioni che ricevono maggiore fiducia nel nostro Paese.

Sia indulgente e meno ingeneroso verso chi rappresenta una istituzione importante come la scuola e a questa ha dedicato la propria vita professionale. Proprio lei che è sempre fuori dal coro, questa volta, con la sua penna tagliente è inciampato in un luogo comune che potrebbe contribuire a sfatare.

Cordialmente

Pino turi
Segretario generale Uil Scuola

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