Tornavo da Trieste. 5

TORNAVO DA TRIESTE
per una psichiatria gentile
di Emanuela Nava
5
Stavamo arrivando in stazione. Dal finestrino si scorgevano sempre più frequenti le luci della città.
-E vuole sapere cosa mi ha detto, mentre bevevamo il caffè? Che un giorno dell’anno prima, visto che non lo ricevevano mai quando aveva bisogno e si era molto offeso, aveva chiesto alle infermiere di dire al suo psichiatra di telefonargli per favore. E lo psichiatra invece, per tutta risposta, gli aveva mandato una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui c’era scritto il giorno e l’ora dell’appuntamento. Una raccomandata, capisce? Neppure una telefonata, per cercare di capire cosa stava accadendo, un briciolo di luminosa umanità, insomma…
La signora afferrò borsa, sciarpa e cappello.
-Devo andare. Buonasera e buon viaggio!- esclamò.
-Buonasera a lei, signora, faccia tanti auguri a sua figlia!- risposi.
-Sì, grazie. Lo sa che da gennaio torna a scuola?
-Tutto bene, allora?
-Sì, a volte si comporta come una bambina. Vuole entrare nel lettone. Gioca con la bambola di quando era piccola. Chissà. Forse vuole recuperare il tempo perduto.- mi guardò negli occhi per un istante che mi sembrò senza fine.
-Lei dice che a Trieste le cose sono diverse?
-Sì, a Trieste non tolgono le stringhe delle scarpe, permettono di tenere lo shampoo in camera, i medici non indossano il camice e sa una cosa? Le porte sono sempre aperte e la Madonna della Misericordia è molto vicina.
Stava già percorrendo il corridoio, trascinando un piccolo trolley che non avevo notato prima e che aveva nascosto tra i sedili, quando la signora tornò indietro e mi abbracciò. Per farlo abbracciò anche Franco Basaglia che era sempre accanto a noi, anche se lo vedevo solo io.
-Grazie!- sussurrò. –Grazie.
Dal finestrino la vidi percorrere la pensilina e scendere le scale del sottopassaggio della stazione. Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante. Quando li riaprii,Basaglia era sparito. Ora che ci penso, non riesco a ricordare in quale città scese la signora. Senz’altro in una dove i centri di salute mentale e i servizi psichiatrici degli ospedali hanno le porte chiuse. Ricordo solo che riaprii il libro. Avevo lasciato il segnalibro alla fiaba di Hansel e Gretel. Rilessi il finale, quello che mi piaceva tanto e che non facevo altro che ripetere a tutti coloro, che volevano conoscere cosa intendessi per potenza delle fiabe.
“Hansel e Gretel entrarono nella casa della strega e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. -Sono molto meglio dei sassolini!- disse Hansel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: -Anch’io voglio portarne a casa un po’.- E si riempì il grembiulino… e così finirono tutti i guai… la matrigna era morta… e Hansel e Gretel e il padre, a cui avevano regalato tutti i tesori, vissero felici e contenti.”
Che bel finale, pensai.
I tesori mancavano ai genitori che avevano abbandonato Hansel e Gretel. Non a Hansel e Gretel, che erano stati abbandonati. Per questo motivo i bambini della fiaba non li tenevano per sé, ma li regalavano al padre.
-Speriamo che quella ragazza capisca che non era a lei che mancava la bellezza e il profumo, ma al suo Narciso che non aveva abbastanza tesori dentro di sé per riconoscere quelli di lei.- dissi a me stessa.
E fu mentre ripensavo alla ragazza che parlava di Star Wars, che a un tratto mi venne in mente che non avevo chiesto il nome alla signora. Né il suo, né quello di sua figlia. Provai dispiacere e vergogna. Ma il treno aveva ripreso la sua corsa nel buio della sera.
Continuai a leggere.
6 gennaio 2017
(5- fine)TORNAVO DA TRIESTE

Hansel e GretelPer una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Stavamo arrivando in stazione. Dal finestrino si scorgevano sempre più frequenti le luci della città.

-E vuole sapere cosa mi ha detto, mentre bevevamo il caffè? Che un giorno dell’anno prima, visto che non lo ricevevano mai quando aveva bisogno e si era molto offeso, aveva chiesto alle infermiere di dire al suo psichiatra di telefonargli per favore. E lo psichiatra invece, per tutta risposta, gli aveva mandato una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui c’era scritto il giorno e l’ora dell’appuntamento. Una raccomandata, capisce? Neppure una telefonata, per cercare di capire cosa stava accadendo, un briciolo di luminosa umanità, insomma…

La signora afferrò borsa, sciarpa e cappello.

-Devo andare. Buonasera e buon viaggio!- esclamò.

-Buonasera a lei, signora, faccia tanti auguri a sua figlia!- risposi.

-Sì, grazie. Lo sa che da gennaio torna a scuola?

-Tutto bene, allora?

-Sì, a volte si comporta come una bambina. Vuole entrare nel lettone. Gioca con la bambola di quando era piccola. Chissà. Forse vuole recuperare il tempo perduto.- mi guardò negli occhi per un istante che mi sembrò senza fine.

-Lei dice che a Trieste le cose sono diverse?

-Sì, a Trieste non tolgono le stringhe delle scarpe, permettono di tenere lo shampoo in camera, i medici non indossano il camice e sa una cosa? Le porte sono sempre aperte e la Madonna della Misericordia è molto vicina.

Stava già percorrendo il corridoio, trascinando un piccolo trolley che non avevo notato prima e che aveva nascosto tra i sedili, quando la signora tornò indietro e mi abbracciò. Per farlo abbracciò anche Franco Basaglia che era sempre accanto a noi, anche se lo vedevo solo io.

-Grazie!- sussurrò. –Grazie.

Dal finestrino la vidi percorrere la pensilina e scendere le scale del sottopassaggio della stazione. Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante. Quando li riaprii,Basaglia era sparito. Ora che ci penso, non riesco a ricordare in quale città scese la signora. Senz’altro in una dove i centri di salute mentale e i servizi psichiatrici degli ospedali hanno le porte chiuse. Ricordo solo che riaprii il libro. Avevo lasciato il segnalibro alla fiaba di Hansel e Gretel. Rilessi il finale, quello che mi piaceva tanto e che non facevo altro che ripetere a tutti coloro, che volevano conoscere cosa intendessi per potenza delle fiabe.

“Hansel e Gretel entrarono nella casa della strega e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. -Sono molto meglio dei sassolini!- disse Hansel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: -Anch’io voglio portarne a casa un po’.- E si riempì il grembiulino… e così finirono tutti i guai… la matrigna era morta… e Hansel e Gretel e il padre, a cui avevano regalato tutti i tesori, vissero felici e contenti.”

Che bel finale, pensai.

I tesori mancavano ai genitori che avevano abbandonato Hansel e Gretel. Non a Hansel e Gretel, che erano stati abbandonati. Per questo motivo i bambini della fiaba non li tenevano per sé, ma li regalavano al padre.

-Speriamo che quella ragazza capisca che non era a lei che mancava la bellezza e il profumo, ma al suo Narciso che non aveva abbastanza tesori dentro di sé per riconoscere quelli di lei.- dissi a me stessa.

E fu mentre ripensavo alla ragazza che parlava di Star Wars, che a un tratto mi venne in mente che non avevo chiesto il nome alla signora. Né il suo, né quello di sua figlia. Provai dispiacere e vergogna. Ma il treno aveva ripreso la sua corsa nel buio della sera.

Continuai a leggere.

6 gennaio 2017

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