Terremoti, dal Giappone alla California: così le faglie stanno cambiando la geografia della Terra

L’Appennino si sta allargando dall’Adriatico al Tirreno, e il suolo precipita per gravità fino a 70 centimetri. La terra “bolle” sotto i piedi degli abitanti dei piccoli borghi del centro Italia, cambiando la geografia del territorio. Tutta colpa di un intricato dedalo di faglie, che si attivano come per un “contagio sismico”, secondo quanto spiegano in questi giorni gli esperti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

La Terra è sempre stata un pianeta geologicamente attivo. Fin dalla sua genesi, all’incirca 4,6 miliardi di anni fa. La crosta è spezzettata in tante placche, tessere di un gigantesco puzzle, che come grandi zattere galleggiano sul cuore incandescente del Pianeta. Mai immobili. Si sfiorano. Si respingono. Si scontrano. Sollevano catene montuose. Si rompono. Si tuffano l’una sotto l’altra. Visto attraverso gli occhi di geologi e sismologi, il nostro Pianeta appare segnato da numerose cicatrici. Cerniere della crosta, come la dorsale appenninica, lungo le quali si possono contare sismi ed eruzioni vulcaniche.

Una di queste ferite del Pianeta, oggetto di particolare attenzione da parte degli esperti, è la famosa faglia di Sant’Andrea, che corre lungo la California per 1300 chilometri, tra la placca Nordamericana e la placca Pacifica. Secondo una stima della Società geologica degli Usa, il rischio che l’area di Los Angeles, attraversata da questa linea di faglia, sia colpita entro il 2038 da un terremoto di magnitudo 6.7, o maggiore, supera il 66% di probabilità.

Un altro punto caldo del mondo è la cosiddetta “cintura di fuoco del Pacifico”. Estesa per circa 40mila chilometri intorno al Pacifico – dalle coste neozelandesi a quelle sudamericane, passando per il mar del Giappone e il Nordamerica – è responsabile di nove terremoti su dieci nel Pianeta. I giapponesi conoscono bene questo ideale ferro di cavallo disegnato attorno al grande Oceano. Hanno imparato a convivere con i tremori della terra che spesso innesca. E ad adeguare gli edifici ai suoi ritmi, per non subirne gli effetti disastrosi. Gran parte del Giappone riposa, infatti, proprio su questa cintura di fuoco. In quest’area bollente dell’Oceano Pacifico, “la placca delle Filippine – si legge sul sito Ingv terremoti – converge verso nord-ovest con la placca euroasiatica, che include l’arcipelago del Giappone, a una velocità di quasi 60 mm/anno. Anche la placca Pacifica, a sua volta, converge con la placca Euroasiatica, a una velocità di più di 80 mm/anno, immergendosi al di sotto del Giappone stesso”.

Molti dei terremoti che avvengono in queste aree sono associati a tsunami. Come il sisma del 26 dicembre 2004, di magnitudo 9.1, che ha generato uno tsunami devastante per l’Indonesia e per molti Paesi affacciati sull’Oceano Indiano. “La zona di subduzione (quando una placca affonda sotto un’altra) interessa, in questo caso, le placche Indo-Australiana e di Sunda, la stessa – spiegano gli esperti dell’Ingv – associata anche a grandi vulcani attivi di tipo esplosivo”. Come il vulcano Krakatoa, tra le isole di Sumatra e Giava, che il 26 e 27 agosto 1883 generò la più grande eruzione esplosiva mai registrata nella storia umana.

Figlio delle cicatrici del Pacifico è anche il violento sisma dell’11 marzo 2011 a largo delle coste giapponesi, di magnitudo 9.0, divenuto tristemente noto per le conseguenze dello tsunami sulla centrale nucleare di Fukushima.

La terra in quest’area del Pacifico trema di continuo. Il sito Ingv Terremoti informa che a metà aprile del 2016 “due eventi sismici disastrosi hanno colpito due aree geograficamente distanti tra loro, ma che dal punto di vista tettonico sono molto simili”. Appartengono entrambe alla cintura di fuoco del Pacifico. I due sismi, di magnitudo 7.0 e 7.8, hanno colpito, rispettivamente, l’arcipelago del Giappone e l’Ecuador. Quest’ultimo, in particolare, ha interessato una micro-placca di quella più grande del Pacifico, la cosiddetta placca di Nazca, e la placca del Sudamerica. “La zona di subduzione che ha generato questo evento – si legge sul sito Ingv Terremoti – corre lungo tutta la costa Pacifica del Sudamerica. E, col trascorrere del tempo, ha portato al sollevamento della catene delle Ande”. Nasce proprio in quest’area tremolante del Pianeta il più forte sisma avvenuto nell’ultimo secolo: il terremoto del Cile del 1960, di magnitudo pari a 9.5.

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Davide Patitucci

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