Tecnologia digitale a scuola: e se la vera sfida fosse tenerla fuori dalle aule?

Lavoriamo con bambini e adolescenti, ma anche nell’ambito dell’educazione degli adulti non possiamo ignorare in che modo mente e corpo si coordinano – in noi e nei nostri studenti e tra noi e i nostri studenti – nel condividere attività e obiettivi in una interazione didattica.

Certo, ci muoviamo soprattutto in una dimensione empirica, dominata dall’osservazione quotidiana dei fenomeni culturali, psicologici e sociali in cui i giovani sono immersi e che si incarnano nei loro vecchi e nuovi bisogni educativi. Che non sono quelli burocraticamente definiti ‘speciali’ dal brutto acronimo BES, che ci spinge a inaccettabili forme di medicalizzazione o di stigma, ma che si configurano piuttosto come necessità specifiche per ciascuno di nostri studenti – da chi ha difficoltà nello studio fino all’eccellente – in un gradiente di attenzioni, stimoli, attività, offerta culturale e formativa che, uno per uno, li comprenda tutti.

Rispetto a queste esigenze formative di ampio respiro per i docenti e per gli studenti, che richiederebbero per tutti investimenti, cura, alta progettualità educativa ma anche molta cautela nelle indicazioni psico-pedagogiche e nelle politiche (e nei politici) preposti all’istruzione, la risposta istituzionale oggi sembra essere invece quella, unica, dettata dal mero interesse economico, sotto la spinta del mondo produttivo: diffusione del digitale, coazione all’uso di smartphone, tablet, computer, LIM, ebook. ‘Innovazione’ è la sola parola d’ordine.

Sotto gli imperativi categorici dell’Agenda Digitale, uno dei pilastri della strategia “Europa 2020” che indica gli obiettivi di crescita dell’Ue, anche a scuola dobbiamo fare leva esclusivamente “sul potenziale delle tecnologie ICT per favorire innovazione, progresso e crescita economica, avendo come obiettivo principale lo sviluppo del mercato unico digitale”. Lo ‘sviluppo del mercato unico digitale’: un obiettivo al quale evidentemente occorre sacrificare interamente la didattica, da curvarsi a finalità formative che sembrano avere ormai ben poco a che vedere con il lavoro paideutico. La pervasività del paradigma delle ‘competenze’ trasversali e trasferibili – che sta progressivamente scalzando il valore delle conoscenze, delle discipline, ma soprattutto dell’astrazione e della teoria come capacità di concettualizzare la complessità del reale, con tutto il corredo anticulturale di problem solving, compiti di realtà, valutazione autentica, test standardizzati e computer based – ne è la dimostrazione lampante.

Ma come docenti è nostro dovere esercitare costante vigilanza e spirito critico, avendo bene a mente che, insegnando, con il nostro sapere offriamo anche un modello. A fronte di leggi, norme e circolari che ci impongono metodologie, strumenti e tipologie di verifica sempre più estranee alle nostre pratiche didattiche e sempre meno negoziabili, possiamo rispondere approfondendo le ragioni del nostro dissenso critico, rivendicando il valore dell’osservazione empirica insieme alla conoscenza degli studi scientifici su questi argomenti. Da questo punto di vista, gli esiti della ricerca internazionale possono darci preziose indicazioni sugli indicatori dello sviluppo psicologico tipico e atipico nei bambini e negli adolescenti, che sembrano contrastare nettamente con i nostri attuali orientamenti di politica scolastica e di cui sarebbe opportuno che decisori e responsabili tenessero conto.

Accanto alle questioni relative all’aumento dell’analfabetismo funzionale, dell’abbandono scolastico ‘implicito’, dei disturbi dell’apprendimento, del deficit di attenzione, che pure meritano adeguati approfondimenti, compare un dato recentissimo davvero allarmante: l’Osservatorio Nazionale Autismo, che fa capo all’Istituto Superiore di Sanità, stima che in Italia oggi i disturbi dello spettro autistico colpiscano un bambino ogni 77 e appaiono in progressivo aumento. Ma secondo le più recenti stime epidemiologiche internazionali, un bambino su 56 presenta sintomi di questo disturbo del neurosviluppo, con una frequenza quattro volte maggiore nei maschi. L’autismo è un disturbo precoce dello sviluppo cerebrale che afferisce soprattutto alle aree deputate all’interazione sociale. Un disturbo neurobiologico con importanti risvolti nel comportamento, i cui sintomi clinici possono comparire in corrispondenza con diverse fasi della crescita, tanto più evidenti quanto più aumentano le richieste di condivisione di dinamiche relazionali e regole sociali.

Gli scienziati che ne indagano le cause, ancora in gran parte sconosciute, si muovono in una complessa dimensione multifattoriale, genetica e ambientale, con una particolare attenzione ai tempi e alle modalità con cui nei bambini si manifestano aspetti del comportamento riconducibili allo spettro autistico: disinteresse verso il mondo circostante, mancanza di empatia e di comprensione degli altri, difficoltà nel gioco interattivo e nel dialogo, rigidità e stereotipia nei comportamenti. Secondo lo psicologo americano Peter Mundy, autore di “Autismo e attenzione congiunta”, che a questi temi ha dedicato trent’anni di ricerche, l’attenzione congiunta è uno dei fenomeni propulsivi dello sviluppo infantile poiché consente al bambino che guarda nella stessa direzione di un adulto di sintonizzare la propria attenzione sull’altro da sé, all’interno di un mondo che non è più solo individuale ma è diventato sociale, condividendone l’esperienza in modo coordinato.

L’attenzione congiunta, spiega Mundy, è una dimensione interpersonale che si manifesta a pochi mesi di vita ma si sviluppa per tutto l’arco della nostra esistenza, assumendo sempre nuove forme, espressioni sempre più articolate e complesse, ed è profondamente legata, come possiamo cogliere anche solo intuitivamente, a tutte le nostre dinamiche relazionali, dunque anche a quelle implicate nelle attività di apprendimento. Nelle persone affette da un disturbo dello spettro autistico sembra mancare proprio questa capacità, profondamente incarnata, di mettersi in relazione con l’altro. Un fenomeno che si sta diffondendo moltissimo e che spinge molti scienziati a considerarlo come una vera e propria epidemia.

Non esiste, allo stato attuale della ricerca internazionale, nessuna dimostrazione scientifica che attesti il nesso tra l’aumento dei disturbi del comportamento e dell’apprendimento e l’uso sempre più pervasivo e precoce delle nuove tecnologie informatiche, oggi per milioni di bambini d’uso quotidiano e costante fin dai primissimi anni di vita.

Tuttavia credo sia doveroso porsi almeno il problema. Alcuni anni fa lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer, nel suo “Demenza digitale” ha affermato che “il computer non velocizza l’apprendimento, né lo incrementa” piuttosto influisce negativamente sulle nostre “capacità cognitive e sull’empatia necessaria per avere rapporti sociali fisiologici” e la neuroscienziata inglese Susan Greenfield, autrice di “Mind Change. Cambiamento mentale”, ci ha messo in guardia sugli effetti organici dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, che agiscono sulla plasticità cerebrale. Nelle pagine del suo libro, come in quelle di Peter Mundy, troviamo risonanze profonde con il nostro disagio di educatori fronte a una platea di bambini e adolescenti iperconnessi, totalmente immersi in un mondo virtuale che sembra produrre modifiche non solo sotto il profilo psicologico ma addirittura biologico. Un disagio che non nasce da un irrelato e apocalittico luddismo generazionale, ma che si alimenta con l’osservazione dei tanti, troppi fenomeni di isolamento virtuale, di deresponsabilizzazione, di allontanamento dalla realtà e da sé stessi, di straniamento e desoggettivazione che l’uso pervasivo delle nuove tecnologie informatiche e digitali sembra indurre nei nostri studenti e che ci porta sempre più spesso a rilevare tratti della personalità che sembrano andare nella direzione della solitudine personale e dell’incomunicabilità sociale.

Se con i tradizionali mezzi di comunicazione di massa, la tecnologia agiva ancora in uno spazio esterno, sulla forma e sui contenuti della comunicazione, ponendo il problema culturale di una egemonia, oggi la tecnologia agisce direttamente all’interno, nella nostra mente e nel nostro corpo, esercitando un dominio individuale e sociale.

Il problema che si pone alla nostra responsabilità educativa ha dunque un profilo scientifico ma anche una forte rilevanza politica: quali molteplici effetti può avere questo dominio sulla formazione, sulla crescita e sullo sviluppo delle creature piccole? Credo sia lecito chiederselo, come credo sia importante approfondire la differenza tra il coding e lo studio del latino, tra metodo sperimentale e pensiero computazionale, tra ragionamento critico e procedimento sistematico di calcolo, tra il linguaggio della programmazione e la metacognizione filosofica o letteraria, prima di arrendersi all’idea che quello che conta sia solo la produzione di algoritmi e che tutte le vecchie forme di sapere meritino di essere definitivamente abbandonate perché ‘improduttive’. Qual è il prezzo esistenziale, personale e politico, che le nuove generazioni saranno chiamate a pagare?

Il problema della salute mentale e del benessere sociale è oggi davvero centrale, in primis a scuola. Continuare a pensare che le nuove tecnologie digitali, come qualunque altro strumento, siano del tutto neutre, trascurando gli effetti della loro imposizione precoce in obbedienza al feticismo dell’innovazione, rischia di essere un’operazione retorica del tutto funzionale al sistema economico che lo sta imponendo con una pervasività a tratti insopportabile.

La posta in gioco è se accettare acriticamente come docenti la perdita dell’esperienza incarnata in nome e per conto dello “sviluppo del mercato unico digitale” oppure opporre a questa dittatura metodologica una serie di fattori di protezione, a partire dall’esercizio strenuo con i nostri alunni dell’attenzione congiunta, in un percorso condiviso di progressivo e reciproco arricchimento culturale.

Libri, non video; carta da toccare, sfogliare e chiosare, non schermi; sguardi, gesti e parole da scambiare, non slide; pagine bianche da riempire, non crocette da spuntare; scrivere a mano, non digitare; letture a voce alta insieme in classe, non ricerche su Internet a casa da soli; tempi lunghi e distesi da dedicare alle discipline e alle loro analogie e differenze; ragionare, pensare, sbagliare, parlare, svolgere temi, non addestrare a rispondere a un test, oggi sempre più computer based. Spegnere i cellulari, i registri elettronici, le lavagne multimediali e guardare i nostri studenti negli occhi, ponendo insieme attenzione sul verso di un poeta o su una definizione scientifica, sulla composizione di un brano o sulla soluzione di un problema, su una teoria e sulle sue possibili applicazioni, in una classe intesa sempre come comunità ermeneutica.

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