Sostegno assegnato dai giudici e non dallo Stato, qualcosa non va

Infatti, premesso che il sottoscritto è sempre a favore del successo scolastico e formativo di tutti e ciascun alunno, devo però rilevare che, spesso e volentieri, le promozioni in particolare degli alunni con disabilità sono dettate più da motivazioni pietistiche e paternalistiche che da argomentazioni fondatamente pedagogiche e educative. Triste e naturale conseguenza di ciò è che, paradossalmente, si rischia di arrecare ancora più danno e di destabilizzare i nostri ragazzi in quanto, pur di mandarli avanti “alla cieca” ed ad ogni costo nelle classi o cicli successivi, si finisce per privarli di quei pochi ambienti veramente “inclusivi” e capaci di favorire effettivamente il loro processo di crescita globale ed integrazione.

E tuttavia, non mi sento di esultare e di essere entusiasta per Sentenze come questa, che reputano di garantire il diritto all’inclusione attraverso il solo ricorso dei genitori alle aule dei tribunali.

Tale “via giudiziaria” al sostegno, a parere di chi scrive, rappresenta certamente un’anomalia tutta italiana, che sta rischiando di farci “perdere di vista” lo spirito autentico della cultura dell’inclusione.

Malgrado le gravi e lapalissiane criticità del nostro attuale sistema inclusivo, infatti, non sono però i giudici che possono e devono assicurare un reale e concreto processo di inclusione ai nostri alunni/studenti con disabilità, o per lo meno, la richiesta del loro intervento, in un Paese civile come il nostro, dovrebbe rappresentare soltanto un’”extrema ratio”, l’ultima spiaggia per i genitori delle persone con disabilità per non fare naufragio.

Devo al contrario evidenziare che, in Italia, la frequentazione dei familiari dei nostri ragazzi delle aule giudiziarie non è solo un’eccezione, ma sta tristemente diventando una regola, come confermato dai recenti dati ISTAT sull’inclusione che sottolineano che il 9% dei genitori degli allievi disabili della scuola primaria ed il 5% di quelli della scuola secondaria di primo grado sono stati costretti a presentare ricorso al TAR di riferimento nel corso del passato a.s., al fine di ottenere il riconoscimento dei diritti dei loro figli.

In un Paese “normale”, i provvedimenti della Magistratura (auspicabili quando necessari) dovrebbero costituire solo la “residualità” dei casi.

In Italia, invece, sovente avviene il contrario. Infatti, la garanzia dei sacrosanti diritti all’integrazione ed alla continuità didattica per un alunno con disabilità si verifica sempre più frequentemente per via giudiziaria, registrando evidentemente l’inefficienza ed il fallimento di un’Amministrazione incapace nell’applicazione della nostra pur avanzata ed “illuminata” legislazione scolastica.

L’inclusione, pertanto, non la fanno i giudici, ma il rispetto delle leggi attualmente in vigore e, soprattutto, la non più rinviabile previsione nellormai imminente prossima preannunciata Riforma del sostegno di un piano strutturale di stabilizzazione dei circa 60000 insegnanti di sostegno precari, il loro definitivo transito dall’organico di fatto a quello di diritto ed il loro vincolo all’alunno con disabilità per l’intero segmento formativo. Senza tali interventi di sistema e con le sole sentenze della Magistratura, il processo di inclusione dei nostri ragazzi rimarrà desolatamente un’utopia e solo sulla carta.

Consigliere della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi

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Fonte Sostegno – Handicap – Orizzonte Scuola

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