Società sensibile ad appello del rifugiato evita di seppellirsi nell’egoismo. Lettera

Il Mediterraneo, luogo di silenzi e di morte, teatro di lotte, di avversità e di scontri, dove tutto appare distante, ma abbastanza vicino per poter gettare, nell’arcipelago della pace, ponti ricchi di significato, per accogliere l’onda della diversità e contrastare l’odio, la violenza, l’individualismo e l’indifferenza.

Nel nostro mondo che sta divenendo sempre più duro, i giovani del Mediterraneo, affogati nella marea montante dell’ odio e dello sfruttamento, hanno uno strano potere di attrazione e la forza della loro debolezza non può non colpire i nostri cuori induriti e rivelare le sorgenti d’acqua viva nascoste nell’equilibrio dei valori della mente e del cuore.

Chi, sulle orme di don Tonino Bello, riesce a scoprire il senso della “Marcia della pace” è testimone di ciò che costituisce l’essenziale per l’uomo: vale a dire, non il potere, né la sua intelligenza, nemmeno l’abbondanza dei suoi beni, ma la sua limpidità, la sua sensibilità, la sua semplicità, la sua generosa capacità d’amare.

Nella misura in cui una civiltà rimane sensibile all’appello del rifugiato, dell’immigrato, del diverso, essa eviterà di indurirsi e di seppellirsi in valori puramente egoistici e materialistici: cesserà di dividersi e si metterà sulla via dell’unità e della pace.

È, infatti, nell’accoglienza, nella concordia e nell’unità che tutti possono giocare un ruolo importante nella società e nell’evoluzione del mondo.
Una persona, un uomo, una donna, un bambino, vissuti nella tristezza, nella miseria, nella violenza, nella discordia, non sono topi dell’umanità, scarti da rigettare, rifiuti non desiderati, persone fallite che disturbano e pongono problemi, sono persone complete, piene di speranza, cariche di grande importanza, perché nessuna vita è mai senza importanza.

I giovani del Mediterraneo sprovvisti di potere, deboli, ma ricchi di cuore e di semplicità sono, spesso, sommersi dal diluvio dell’egoismo, appaiono come un oggetto di scandalo, addirittura come un pericolo. Raramente guardati e ascoltati sono vittime di atteggiamenti di disprezzo, un disprezzo comandato, generalmente, dalla paura, da sguardi di pietà che, spontaneamente, si traducono in rigetto.

Se è così, è perché l’ immigrato appare come uno specchio spietato che ci mette di fronte a ciò che ognuno di noi potrebbe essere nella sua radicale povertà. La sua presenza ci ricorda la fragilità della nostra vita e per proteggerci contro la paura ossessionante della nostra decadenza umana, preferiamo relegarlo nell’ombra.

Quali possono essere le conseguenze di un rigetto quasi sistematico di presenze indesiderate da parte del mondo cosiddetto civilizzato?
Si può dire che, visceralmente, subiscono alcuni nostri comportamenti e non possono sentirsi altro che disprezzabili e disprezzati. Le nostre reazioni, non sempre in linea con i valori del cuore, a volte, provocano delle sofferenze particolari che li fanno sentire senza valore, cattivi, inutili, frustrati, scarti della società.

I giovani del Mediterraneo, dunque, sono più coscienti di quanto crediamo di questi atteggiamenti di rigetto di cui sono bersaglio e ci pongono una domanda cruciale: perché il mondo, indipendentemente dallo stato e dalla condizione di ciascuno, non riconosce ad ogni persona il suo valore unico?
La battaglia è difficile, non è vinta e rimane ancora molta strada da percorrere. L’ideale sarebbe quello di andare oltre le differenze, di scommettere sul dialogo, sull’educazione all’incontro con tutte le persone che incontriamo sul nostro cammino.

Ogni persona inserita in un buon contesto umano dove è sostenuta da persone in pace, che sanno amare, con meno pregiudizi e più libertà di cuore, diventa capace di vivere nella fiducia e di esprimere il meglio di sé.
I fenomeni della discriminazione e della creazione del capro espiatorio che possono essere osservati direttamente intorno a noi, in famiglia, a scuola, come pure all’interno di relazioni sociali più ampie, tendono comunque, senza che ci sia un vero rapporto di causa-effetto, a favorire le ostilità e l’emarginazione.

In questo modo, i problemi vengono proiettati sull’altro dando vita a pregiudizi e ostilità. Il risultato è una società divisa tra “loro” e “noi”, che rappresenta una seria minaccia per la coesistenza pacifica di persone diverse tra loro.

Come educatori non possiamo rassegnarci a questa situazione, né accettare l’idea che questo meccanismo possa contraddistinguere tutti gli uomini.
Siamo convinti che l’invasione pacifica dei Giovani del Mediterraneo possa aprire nuove prospettive, aiutarci a trovare insieme delle soluzioni, ad apprendere la pace ed a vivere insieme in un mondo di rapporti giusti dove i diritti umani siano rispettati.

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