Snadir, l’IRC è formazione e cultura, non catechesi

I firmatari della mozione, chiedono l’attuazione di tre provvedimenti:
  • L’abolizione dell’ora di religione, da sostituire con un’ora di storia delle religioni e un’ora di educazione civica;
  • La revisione dell’attuale meccanismo di destinazione delle quote inespresse relative all’8 per mille;
  • La revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa.
Esimendoci dal pronunciarci sugli ultimi due punti che rimandiamo al giudizio della Cei, riteniamo invece opportuno precisare la posizione dello Snadir sull’opportunità della presenza dell’insegnamento della religione nelle nostre scuole.
Le accuse presenti nella mozione e rivolte all’insegnamento della religione sono le seguenti:
  • la religione cattolica è rimasta di fatto “religione di Stato” nonostante la revisione del Concordato del 1984 avesse dichiarato il contrario;
  • lo stipendio degli insegnanti di religione è a carico dello Stato ed essi entrano nei ruoli della scuola senza concorso;
  • l’insegnamento della religione in molte scuole è tuttora di fatto “obbligatorio”, per la casualità o la totale mancanza di alternative.
In risposta a tali insinuazioni, iniziamo col ricordare a chi ancora una volta affronta la questione dell’Irc in maniera superficiale e stereotipata, che le attività in ordine all’insegnamento della religione cattolica rappresentano nella scuola un momento puramente culturale e formativo. Tale insegnamento permette infatti l’acquisizione e l’uso appropriato di strumenti socio-culturali che, sviluppando il processo di simbolizzazione che la scuola stimola e promuove in tutte le discipline, consente la comunicazione anche su realtà altrimenti indicibili e inconoscibili.
Non si tratta di un’ora di catechesi in contrasto con “la crescente secolarizzazione della società italiana”, né di un infimo tentativo di violazione del principio di laicità dello stato. Quello che l’ora di religione si propone di essere all’interno della scuola italiana è piuttosto uno spazio di formazione culturale indispensabile per cogliere aspetti fondamentali della vita e delle tradizioni del nostro Paese e della nostra società.
Il fatto che i contenuti relativi alla storia della confessione cristiano-cattolica vengano insegnati da un docente riconosciuto idoneo e proposto dall’autorità ecclesiastica, secondo programmi e libri di testo controllati dalla stessa autorità, non può che rappresentare per i nostri studenti una garanzia di maggiore serietà nella gestione di un insegnamento che indaga gli aspetti fondamentali dell’esistenza.
Insomma, come ha stabilito la Corte Costituzionale l’insegnamento della religione cattolica, così come previsto dalla legge 121/1985, è “coerente con la forma di Stato laico della Repubblica italiana”.
Non si tratta di “docenti che entrano nei ruoli della scuola senza concorso” come sostengono i firmatari della mozione, ma di insegnanti che hanno alle spalle un solido percorso di studio di livello universitario e post universitario, quindi formati, preparati e attenti alle vite e alle storie dei nostri studenti e attaccati a un’idea di scuola basata sulla centralità della conoscenza e del sapere costruiti a partire dalle pratiche di collaborazione, corresponsabilità, dialogo e rispetto reciproco.
Per ciò che resta, l’insegnante di Religione Cattolica è, come tutti gli altri docenti, un dipendente del Ministero Istruzione Università Ricerca e, in quanto tale, percepisce proprio da questo ente il suo salario, in modo analogo a quanto avviene per i suoi colleghi anche in ambito europeo.
Quanto invece alla mancanza di alternative all’ora di religione, le motivazioni sono diverse: mancanza di personale, carenza di fondi, poche (spesso pochissime) richieste. Spesso, inoltre, il motivo per cui non viene attivata l’attività alternativa è perché tra le scelte successive all’avvalersi oppure no dell’insegnamento della religione cattolica, rimane ancora oggi la possibilità di “uscire da scuola”. Quindi se i fautori del pensiero laico hanno a cuore la formazione dei nostri studenti, dovrebbero attivarsi per eliminare l’inutile “uscita da scuola”. Su questo ci troverebbero alleati certamente.
Ci auguriamo quindi che le sterili polemiche ideologiche attorno a questa materia cessino in futuro e che si possa tornare a parlare solo dei contenuti culturali e formativi che questa disciplina vuole offrire agli alunni che di essa si avvalgono.

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Fonte Orizzonte Scuola

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