Smartphone? Riduce capacità ascolto studenti e di attendere turno in conversazione

Occorre riappropriarsi dell’arte dell’ascolto.

L’abuso dello smartphone e l’invasione del virtuale nel reale

L’abuso dello smartphone favorisce una serie di nuovi comportamenti. Uno di questi è la fuoriuscita del ragazzo, e non solo, dal mondo (sindrome di Hikikomori). La dimensione virtuale piace perché è a propria immagine e  somiglianza. Tutto ruota intorno Io . I nostri desideri e bisogni generano  connessioni . Queste possono essere  interrotte, se non rispondono più  ai  bisogni e desideri della persona.
Nel Web il tempo è unidimensionale e rimanda al presente. La prospettiva è limitata e comunque l’azione è finalizzata all’espansione narcisistica dell’Io.
Il filosofo L. Floridi ha pubblicato un interessante lavoro La quarta rivoluzione (Raffaello Cortina Editore 2017). Il sottotitolo chiarisce il tema sviluppato nel volume ” Come l’infosfera sta trasformando il mondo”. Da qui l’espressione “onlife” che la Treccani rimanda a una  “«dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, vista come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva».
A mio parere la situazione  sta rapidamente evolvendo a favore di quella virtuale che sempre più contamina quella reale, riducendola spesso a presenza di corpi senz’anima.

La riduzione dei tempi di attesa e di ascolto

Un esempio fra tutti.  L’abuso compulsivo dello smartphone sta riducendo drasticamente i nostri tempi di attesa e di ascolto in una conversazione. Il dispositivo definito da M. Spitzer il coltellino svizzero 2.0 ci consente di entrare in ambienti social e in contesti di messaggistica istantanea (IM) dove quello che conta è la fretta, la velocità nella risposta o il clic compulsivo su “I like”. L’attesa, la riflessione  ovviamente, non essendo funzionali  al  proprio narcisismo, sono svalutati. Non contano nulla!
Tutto questo modifica la nostra mente e la percezione dell’altro. Conta solo il proprio Io che deve essere percepito sempre in espansione (ipertrofico). Le conseguenze toccano la conversazione, privata spesso dell’attesa e dell’ascolto.
Questi due momenti rimandano al momento organizzativo della conversazione detto cronemico. Esso è preceduto da altri quattro sistemi che costituiscono la comunicazione non verbale: vocale (tono della voce)m, cinesico (i movimenti), aptico (vicinanza fisica) e prossemico (la distanza).
Quando mancano questi sistemi, spesso si assiste a una conversazione tra monadi, dove ognuno è concentrato solo su se stesso e sulle idee. L’altro assume una funzione di riconoscimento e di eventuale apprezzamento del proprio Io narcisistico.
Esiste però una situazione ancora più preoccupante : l’arrivo di una terza persona che si inserisce in modo violento e  poco educato (= senza nemmeno chiedere scusa)  nella conversazione  per chiedere informazioni o fare richieste. Tutto questo accade non si vede l’altro! Si ha fretta, poca pazienza ad attendere il proprio turno ed eventualmente ascoltare la conversazione e valutare la possibilità di intervenire. E il trionfo dell’io e il crollo del noi (V. Paglia 2017), la conferma che si sta progressivamente affermando la realtà abitata da soggetti narcisistici con tratti autistici.

“Parlare è una necessità, ascoltare un’arte” (Goethe)

Una sana e positiva conversazione rimanda sempre ad almeno due soggetti: uno che parla e l’altro che ascolta. Questa seconda condizione non si identifica con l’udire, associato alla percezione di suoni. L’ascolto implica innanzitutto la capacità di sentirsi dentro, individuando sentimenti, emozioni… Ovviamente, questo richiede la scelta di ritagliarsi dei momenti di completa solitudine, dove sono assenti anche dispositivi che ci accompagnano, con la musica.
Solo dopo è possibile sperimentare l’empatia che si declina nella capacità di rivestirsi della pelle dell’altro. In altri termini, l’ascolto empatico è orientato a cogliere i bisogni, le emozioni dell’interlocutore, da percepire spesso negli spazi vuoti lasciati dalle parole, cioè nel non detto. E questo rimanda alla comunicazione non verbale fatta di toni, inflessioni e di prossimità corporale. Parlare è un mezzo per esprimere sé stessi agli altri, ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in se stessi (Wen Tzu, testo classico taoista.); sentire è facile perché esercizio dell’udito ma ascoltare è un arte perché si ascolta anche con lo sguardo, con il cuore, con l’intelligenza (E. Bianchi); non possiamo parlare finché non ascoltiamo. Quando avremo il cuore colmo, la bocca parlerà, la mente penserà (M. Teresa di Calcutta).

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Fonte Orizzonte Scuola

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