Senza l’insegnamento della religione cattolica non c’è vera educazione. Lettera

Recentemente, infatti, è stata depositata al Senato una mozione per abolire l’ora di religione e sostituirla con un’ ora obbligatoria di Educazione Civica, peraltro, già ben delineata nei contenuti e negli apprendimenti di Cittadinanza e Costituzione nella C.M. n. 86 del 2010 e nelle Indicazioni nazionali per il curricolo del 2007 e del 2012.

Chiaramente, tutto ciò impone una seria riflessione sul complesso panorama educativo e culturale della nostra scuola e della nostra società, che non può non tener conto del bisogno di ogni studente di confrontarsi, nel suo itinerario formativo, con la pluralità delle culture, anche quella cristiana, che, come si legge nelle Integrazioni alle Indicazioni nazionali relative all’insegnamento della religione cattolica (DPR 11 febbraio 2010), “è parte costitutiva del patrimonio storico, culturale ed umano della società italiana…”

L’elevata percentuale di alunni (circa l’87%) che si avvalgono della preziosa opportunità di conoscere, nel rispetto della laicità dello Stato, i principi del cattolicesimo e le radici di tanta parte della cultura italiana ed europea, conferma la validità della proposta educativa dell’ Irc che offre la possibilità, a ciascuno, di riflettere sui grandi interrogativi posti dalla condizione umana ed elaborare significative attività interdisciplinari.

Non a caso, il saggio, incredulo e nemico della religione di Cristo, Diderot insegnava alla propria figlia il Catechismo che definiva il più sicuro trattato di pedagogia, diceva che lo studio della religione è intimamente legato a tutti i progressi dell’intelligenza e che Dio viene al termine di tutti gli studi dell’uomo. Il Tommaseo scriveva: “Senza l’unità della fede neppure negli studi profani avremo unità ed efficacia”. Mentre Mazzini confessava l’assoluta necessità dell’educazione religiosa dei giovani: L’origine dei nostri doveri sta in Dio. La definizione dei nostri doveri sta nella legge… Vogliamo educazione? Come darla o riceverla, se non in virtù di un principio che contenga l’espressione della nostra credenza sull’origine, sul fine, sulla legge di vita dell’uomo su questa terra? (Cfr. G. Mazzini, Doveri, pag. 18 e ss.).

In questa prospettiva, l’ignoranza della religione e di Dio, inevitabilmente, conduce direttamente all’errore e alla confusione.

Si può dire, che l’ insegnamento della religione con la sua feconda e mirabile influenza educa la mente e il cuore dei giovani, si dimostra necessario all’educazione morale, letteraria e culturale ed è necessario per formare cittadini istruiti, onesti e virtuosi.

Per quanto la nostra epoca si sforzi di promuovere, ampliare ed agevolare gli studi, moltiplicare i mezzi d’istruzione scientifica, letteraria, civica, politica, ecc., adeguare programmi, sperimentare metodi didattici innovativi, non può sollevare tutto l’uomo e perfezionare l’oggetto delle più nobili facoltà umane.

Occorre, in pratica, un rinnovamento che spinga non a dichiarare guerra alla religione nelle scuole, ma a trovare il coraggio di andare controcorrente e sostenere la tesi che l’insegnamento della religione cattolica, indipendentemente dal Concordato tra Stato e Chiesa, trova posto nel percorso educativo scolastico per motivi prettamente storici, culturali e pedagogici che sono anteriori ad ogni patto, accordo o formulazione giuridica.

Fino ad oggi, tutti gli interventi normativi in materia di insegnamento della religione cattolica, hanno più o meno confermato il principio seguito nel 1969 nella stesura degli “Orientamenti” per le scuole materne statali, e cioè che lo Stato in quanto tale non può ignorare la religione quando legifera sulla scuola di tutti e aperta a tutti.

Non esiste, perciò, contraddizione tra la laicità della scuola statale e l’interessamento dello Stato per l’insegnamento della religione. La laicità va intesa non come rifiuto o voluta ignoranza della religione, ma come sintesi di due riconoscimenti: quello della rilevanza che la religione ha nella vita della persona e della società e quello della libertà di coscienza e del conseguente pluralismo delle esperienze religiose. (Cfr. E. Giammancheri, Religione, in AA.VV., I nuovi programmi per la scuola media, Editrice La Scuola, Brescia, 1984, pag.112)

Il principio della libertà di pensiero, di coscienza, di parola, di culto, che oggi è sulla bocca di tutti e tende a misconoscere il valore della Religione, della Chiesa e del Papa, tende, soprattutto, a stendere un velo per non vedere la luce e a chiudere gli occhi dell’intelletto alla verità.

La grande storia, le glorie e i benefici della religione cattolica, del cristianesimo e dei pontefici sono troppo evidenti per non tenerne conto. Da San Pietro a Francesco ci sono stati oltre 200 pontefici: una quarantina martiri, oltre quaranta venerati come santi e, la maggior parte, papi di santa vita, riformatori e sapienti, artefici di utili ordinamenti per l’Italia, l’Europa e il mondo intero.

L’esperienza religiosa non fa l’apoteosi delle cupidigie dell’uomo, non va alla ricerca delle perverse inclinazioni dell’umanità per giudicarla e condannarla, né può essere considerato un ostacolo, perché agisce ed opera a favore dell’uomo e dei giovani che sono quel campo in cui un giorno si spera possano venir fuori abbondanti frutti di bene, sapienza e virtù.

L’insegnamento religioso non è, dunque, una educazione vaga, indeterminata, sentimentale, umanitaria, ma costituisce una componente indispensabile della scienza divina che è propria di ogni età dell’ uomo e non è scindibile dal processo di formazione del soggetto.

Davanti ai danni incalcolabili che provengono dalla società e dalla famiglia, privare i giovani di questo importante insegnamento è un delitto enorme, in quanto, si priva il ragazzo del più sodo e utile cibo della mente e del cuore. Né, tantomeno, è corretto supporre che l’ Educazione civica possa supplire all’insegnamento religioso, la cui finalità è quella di perfezionare le facoltà massime dei ragazzi.

L’educazione religiosa è fonte di prosperità, forma per il tempo e per l’eternità e serve a preservare dal contagio del male. I giovani istruiti alle discipline profane, ma privi della conoscenza e del sentimento della religione, come sostiene il Divin Poeta, sono privi delle armi per difendersi dal male:
… chè dove l’argomento de la mente (che è la scienza)
s’aggiunge al mal volere e a la possa,
nessun riparo si può far la gente.
(Div. Comm. Inf. C. XXXI v. 55).

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