Che senso ha insegnare Dante e Boccaccio in un professionale dove si legge e scrive malamente?

Proprio quando il legislatore procede alle revisione dell’istruzione professionale con il Decreto Legislativo n. 61/2017, frutto di una delle deleghe sulla riforma della scuola, in linea con i principi della Legge 107, decreto che tenta di ridefinire gli indirizzi delle attività didattiche laboratoriali, da più parti ci si interroga sulla vera utilità della strada intrapresa in molte regioni negli anni scorsi, quando fu deciso che agli studenti degli istituti professionali, “non uno di meno” dovesse essere garantito non solo il successo formativo ma anche il diritto a una istruzione più ampia e generalista possibile.

Imporre Dante e Boccaccio e centinaia di ore di letteratura (per tacer d’altro) a ragazzini che spesso non hanno imparato a leggere o che leggono e scrivono malamente, è stato frutto di un’ideologia nobile ma che ora deve far riflettere.

Già prima dell’immigrazione straniera di massa, che oggi in molte realtà del Nord Italia fa sì che la stragrande maggioranza della popolazione dei vari corsi di studio dei professionali sia rappresentata da alunni provenienti anche da poco tempo da diversi luoghi del pianeta, erano vissuti dai ragazzi come una catastrofe innaturale.

Vi si iscrivevano per fare i grafici, i meccanici, gli odontotecnici ma invece dei laboratori trovavano insegnanti e aule “liceali” capaci di uccidere in loro ogni forma residua di autostima. Volevano sporcarsi le mani e invece se le dovevano pulire. I casi di violenza e di bullismo si verificano da decenni in quelle scuole. “Qualcosa deve cambiare”.

Con questo motto, un preside lancia oggi il sasso nello stagno. Per molto tempo s’è fatto finta di non vedere ma la misura è colma, non tanto e non soltanto per gli episodi che affollano la cronaca, ma anche sul piano della valutazione dell’efficacia degli indirizzi intrapresi nel passato. Qualcosa deve cambiare, dice il professor Giorgio Siena, dirigente scolastico dell’Istituto d’Istruzione superiore “Giuseppe Luosi” di Mirandola, la città resa celebre di recente dal lancio del cestino nell’Istituto professionale Galilei.

Già referente del centro servizi handicap dell’area nord e componente del GLH provinciale, Siena è stato membro del comitato scientifico regionale per la sperimentazione della Legge 12/2003 relativa all’istituzione dei bienni integrati, fra istruzione e formazione professionale. E’ rappresentante delle scuole superiori della provincia di Modena nella conferenza regionale per l’istruzione e la formazione professionale. Ha partecipato al gruppo regionale per la prevenzione del bullismo nelle scuole. In queste vesti, Giorgio Siena non può non indurre un dibattito sul tema.

Il dirigente emiliano si auspica oggi che il lancio del cestino, avvenuto proprio in un istituto professionale di quella laboriosa cittadina, già martoriata dal terremoto del 2012 che distrusse (solo momentaneamente) addirittura l’uno per cento di tutto il Pil nazionale, serva a qualcosa e ritiene che “le scuole professionali in molte realtà sono davvero in forte crisi, e non sono tanto i singoli episodi”.

Rammenta che dall’istruzione professionale è nata gran parte della piccola e media impresa modenese negli anni’70”, mentre “oggi le cose sono cambiate, ma siamo sempre, almeno al nord, un grande Paese manifatturiero”. Chi non conosce nel dettaglio la nostra scuola deve sapere, riassume lui, che dal riordino del 2010, l’istruzione professionale statale dura 5 anni; il precedente percorso triennale, che portava alla qualifica, è stato affidato alle Regioni dopo la modifica costituzionale del 2001. In Italia esistono di fatto due modelli di riferimento, e semplifica: a) quello emiliano – romagnolo di tipo sussidiario integrato, e cioè con il percorso di qualifica – tre tre anni – incluso in quello quinquennale statale; b) quello lombardo di tipo sussidiario complementare con due distinti percorsi dopo la scuola media, uno d’istruzione quinquennale statale e l’altro di formazione professionale. Il sistema emiliano romagnolo punta a fornire un’istruzione comune e a portare più studenti al diploma, quello lombardo avvia un canale precoce verso la formazione professionale, con qualifica, e un altro percorso verso il diploma.

In teoria il modello emiliano è più inclusivo e offre agli studenti maggiori possibilità di un’istruzione completa. “Manifesta però problemi evidenti”, precisa Siena, che elenca: a) la dispersione scolastica e gli abbandoni non sono diminuiti, anzi; b) il percorso integrato dà origine a classi con tassi di demotivazione e ritardo formativo che, se non colmati in tempo, agiscono in negativo sull’intera classe; c) molti studenti, stranieri e non, non sopportano più la scolarizzazione imposta e finiscono per rifiutare la scuola; d) i dati INVALSI del biennio professionale dimostrano il livello più basso degli esiti, in Emilia, rispetto all’area di Nord Est.

“Mi viene da pensare – insiste – che in Regione si dedichi troppo poco tempo agli effetti delle scelte poiché si è inclini a credere che basti la teoria o l’idea, e il resto va da sè. Ma non è così”. Le risorse “per creare un settore di formazione professionale in Emilia, oggi leggerissimo, sarebbero ingenti, ammesso che vi sia la volontà politica, ma vi sono due novità importanti che potrebbero offrire una sponda alla soluzione dei problemi. Siena cita proprio il nuovo testo del ministero per un’istruzione professionale più orientata verso l’aspetto professionalizzante, nell’ottica di far crescere la cultura del lavoro, la competenza pratica ed operativa come valore autentico, ma anche l’Alternanza Scuola-Lavoro “che potrebbe essere ripensata, per l’istruzione professionale – chiarisce Siena – con un sistema di convenzioni con le imprese piccole e medie locali, alternando momenti di scuola e di lavoro. Avvicinandoci cioè gradualmente a un sistema duale, alla tedesca”.

Peraltro, quest’ultima soluzione, nella Bassa Modenese, risolverebbe secondo il dirigente scolastico, l’assenza totale di formazione professionale nella fascia dell’obbligo scolastico e formativo. “Naturalmente – conclude Siena – per rivedere le proprie certezze serve uno spirito pragmatico, e riformista, come si diceva un tempo. Insomma, banalmente, “che il gatto sia bianco, o sia nero, non importa: basta che prenda i topi”.

Certamente, “sarebbe molto bello che tutti i giovani potessero frequentare una scuola fino ai 18 anni e conseguire un diploma insieme ad un attestato di formazione professionale, commenta Giampaolo Bergamini, già dirigente amministrativo dell’Usr dell’Emilia Romagna, intervenendo in quello che ormai è un dibattito aperto. “In realtà accade sempre più frequentemente che molti giovani dopo un percorso scolastico disseminato di insuccessi – scrive sulla pagina facebook di Siena – passi brevemente dalla noia di stare a scuola a reazioni più violente e/o illegali.

Non c’è peggior viatico per uno studente con scarsi talenti per lo studio teorico sentirsi costretto (obbligato) a frequentare una scuola che, invece che valorizzare e sviluppare i pochi talenti (competenze) posseduti dal giovane, si ostini a voler inculcare concetti astratti e astrusi, nozioni posticce e incomprensibili che sono sempre stati causa di delusioni ed insuccessi. Ad un’ età avanzata, il giovane non sopporta più di essere trattato come un bambino capriccioso e basta una scintilla, un nonnulla, per far scattare in lui reazioni violente e spropositate.

Quindi, delle due l’una: o la scuola riesce ad adattarsi ai veri bisogni del giovane e gli offre l’appeal necessario per poter frequentare, o lo svincoli da un obbligo che lui vive come una prigionia. In molti casi (non in tutti, però) certi corsi di formazione professionale, basati su obiettivi e metodi tesi a valorizzare le competenze e le attività pratiche, a valorizzare le intelligenze delle mani di questi ragazzi, potrebbero essere lo sbocco naturale per chi è più portato ad apprendere facendo piuttosto che apprendere memorizzando”. Infatti, questa è la realtà – commenta Siena – Il quadro è perfetto, bisogna solo decidere di vederlo”.

Insomma, una “analisi lucida e approfondita (quella di Siena) su due sistemi di formazione: quello lombardo e quello emiliano-romagnolo. Semplificando un po’, viene da dire che l’uno, quello lombardo, sottende una concezione pragmatica e realista, l’altra, quella emiliano-romagnola, sottende una concezione ideologica del dover essere.

Essere e dover essere: il solito conflitto filosofico che attiene la sfera etico-morale, ma chi governa e amministra, senza dimenticare i principi, dovrebbe avere un comportamento più consono al realismo politico e guardare ai risultati ottenuti”.

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