Scuola per la Repubblica: l’accordo tra Governo e sindacati confederali non scongiura la regionalizzazione dell’istruzione. Anzi

Non si va, infatti, al di là di una generica condivisione di una “presa di posizione a favore della identità e dell’unità culturale del Paese da perseguire attraverso la scuola” e di una generica indicazione della “necessità di sviluppare e promuovere il sistema dell’istruzione e della ricerca, per incrementarne ulteriormente la qualità e assicurarne l’inclusività, nella consapevolezza che non vi è strumento più efficace per dare il miglior futuro possibile a ogni cittadino”. Parole che suonano piuttosto retoriche e certamente vaghe. Per il resto, prevalgono gli aspetti meramente contrattuali: il mantenimento dello stato giuridico del personale, del “valore nazionale dei contratti” e del sistema nazionale di reclutamento, nonché le garanzie delle regole per il governo delle scuole autonome”, il che significa niente altro che l’impegno a garantire le regole che permetteranno alle istituzioni scolastiche di mantenere intatta la propria autonomia di gestione in un sistema di poteri, amministrativi e politici, eventualmente regionalizzato.

Ci rendiamo conto di cosa può accadere? Il Governo si rende conto di cosa può accadere? La fine del sistema nazionale dell’istruzione garantito dalla Costituzione italiana del ’48. La fine dell’unico argine che nei decenni passati ha garantito quel minimo di identità nazionale e di interesse per il bene comune che oggi sta franando sotto le spinte e gli interessi locali più egoistici, istituzionalmente rivendicati senza ritegno, soprattutto dalle regioni del Nord. Interessi avallati dal centrosinistra con la modifica costituzionale del 2001 e istituzionalizzati con la pre-intesa firmata dal governo Gentiloni del 2018, che consente oggi alla Lega e a tante regioni governate dal centrodestra di passare all’incasso dell’autonomia differenziata su base fiscale.

Ma è l’espressione “il valore nazionale dei contratti”contenuta nel comunicato delle OOSS(e su cui il testo dell’Intesa non fa chiarezza)che deve destare la massima preoccupazione, perché, se la grammatica non è un’opinione e se non si tratta di un refuso, può anche significare, per il futuro, l’accettazione da parte dei cinque sindacati che siedono al tavolo delle trattative di condizioni contrattuali diversificate regione per regione. Per i docenti e per il personale ATA. Ovvero stipendi diversi a seconda della regione in cui si lavora. Ovvero vincolo di residenza. Ovvero – e l’ipotesi non è peregrina – gabbie salariali. E questo, a partire dal contratto dei lavoratori della scuola, con l’autonomia differenziata potrà costituire un modello facilmente esportabile ai contratti dei lavoratori di tutti gli altri settori.

Il resto del comunicato delle OOSS, come del testo dell’Intesa, verte sulle solite ipotesi future di stabilizzazione dei precari della scuola e dell’Università, sull’aumento di stipendi e sull’irrealizzabile promessa di adeguamento alla media europea. Irrealizzabile perché noi sappiamo benissimo che, con il DLvo 29/1993, tuttora vigente, gli aumenti di stipendio del personale della Pubblica Amministrazione devono essere, come spiega il sindacato di base Unicobas, adeguati al calcolo sull’inflazione programmata che fa il Ministro dell’Economia pro-tempore, parte datoriale per definizione, con percentuali sempre ben al di sotto dell’inflazione dichiarata (dato Istat), che è già la metà di quella reale”.

Nell’Intesa, si garantisce ai dirigenti scolastici un tavolo dedicato per risolvere le criticità nell’applicazione dei loro pieni poteri. E questo a coronamento del recentissimo accordo che ha portato nelle tasche degli stessi dirigenti scolastici un aumento di stipendio di centinaia e centinaia di euro.

Nel frattempo, nel Documento di economia e finanza approvato a maggioranza in Senato il 18 aprile scorso, troviamo indicato il seguente impegno sui Lep, i livelli essenziali delle prestazioni: “In considerazione dello stato avanzato delle iniziative per la realizzazione dell’autonomia regionale ed in particolare della condivisione espressa dal Consiglio dei ministri dello spirito delle medesime iniziative, a dare seguito alla fase finale dei procedimenti avviati ai sensi dell’art.116, terzo comma, della Costituzione ai fini dell’attuazione del cosiddetto ‘regionalismo differenziato’, in particolare, con riferimento al sistema scolastico nazionale e al diritto allo studio, a definire livelli essenziali delle prestazioni in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale”

Lo sciopero del 17 maggio viene revocato dai sindacati confederali ma non dai sindacati di base. Cobas e Unicobas confermano l’impegno preso con i lavoratori della scuola, contro ogni progetto di regionalizzazione del sistema nazionale di istruzione, cui non saranno certo i Lep a impedire il definitivo disfacimento.

La regionalizzazione dell’istruzione non è affatto scongiurata. Anzi, dopo questa intesa, appare più vicina che mai.

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Fonte Orizzonte Scuola

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