Salute Mentale, evitiamo che non cambi niente

danzaDi Vito D’Anza

[articolo uscito su ilmanifesto.it]

Un motivo ricorrente in questo periodo di pandemia è stato: niente sarà più come prima. Si aspettano cambiamenti soprattutto nel nostro modo di pensare lo Stato e la politica. Dovrà essere ridisegnata soprattutto il modello di salute pubblica.

Insieme al modello dell’istruzione, con la drastica riduzione della burocrazia nella funzione pubblica.

E poi, ma prima di tutto, si dovrà mettere mano alla questione delle disuguaglianze sociali che ormai, anche sulla spinta della pandemia, sono arrivate a livelli di allarme rosso.

Ma sarà vero? Succederà tutto questo? Il sistema politico sarà in grado di cogliere questa grande opportunità, più unica che rara, di modificare il modo stesso d’intendere la politica, di mettere al centro della propria azione esclusivamente il bene comune?

Sono uno psichiatra, un operatore della salute mentale e da qui vorrei partire.

Il 30 maggio si è svolta in webinar la Conferenza Nazionale Salute Mentale.

È stata partecipata da oltre 500 persone, comprese la diretta su Facebook e sul canale YouTube. Molti soggetti collettivi che ruotano intorno al mondo della salute mentale: operatori, associazioni di familiari, sindacalisti e quant’altro.

Le tante criticità che attraversano il mondo dei servizi di salute mentale in Italia sono da tempo sottolineate dalla Conferenza a partire da tanti Centri di Salute Mentale che sono ridotti al rango di ambulatori eroganti farmaci e senza programmi, di cura e di ripresa, individuali, a partire dai servizi ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc) che troppo spesso agiscono con pratiche che ricordano i vecchi manicomi, pratiche inumane e degradanti come le porte chiuse e contenzioni meccaniche che spesso durano molti giorni.

Per non parlare poi dell’uso, troppo spesso abusato e immotivato, del Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) come l’ultima vicenda di questi giorni di Dario Musso a Ravanusa ha drammaticamente rivelato semmai ce ne fosse stato ancora bisogno.

Che cosa è necessario fare perché il cambiamento auspicato a parole si trasformi in reale superamento della cronica arretratezza che attanaglia gran parte del servizio sanitario nazionale?

Visto che l’opportunità è determinata in larga parte anche dalla ingente quantità di risorse che arriveranno dall’Europa bisogna evitare, partendo dal modello della L. 833/78, distribuzione a pioggia di risorse finanziarie sollecitate da interessi particolari e, soprattutto, vincolare le risorse a degli obiettivi che dovranno essere puntualmente monitorati e verificati.

E stiamo parlando di cifre fino a oggi inimmaginabili: oltre 20 miliardi di euro per la sanità quando nella scorsa finanziaria la sollecitazione del ministro Speranza di un solo miliardo fu salutata, giustamente come un grande sforzo.

Questi dovrebbero essere ripartiti tra ospedali e territorio. Cosa fare sugli ospedali è relativamente più semplice, ma cosa si farà sul territorio?

Si tratta di costruire e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) che nel corso degli ultimi dieci anni è stato progressivamente messo in ginocchio.

Ma per limitarci alla salute mentale, elemento centrale del territorio anche secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), è necessario, nell’ordine:

  • la questione del lavoro come opportunità di cambiamento nella vita delle persone con problemi di sofferenza mentale, lo sviluppo di cooperative di tipo B, vere, nate sui territori, venga incentivato;
  • lo strumento budget di salute, nelle sue varie declinazioni, legato a progetti individuali per le persone devastate dall’esperienza di sofferenza mentale divenga il centro delle politiche dei servizi;
  • si riconvertano le strutture residenziali h 24 destinate alle persone più gravi poiché si sono rivelate «un modello fallimentare e pericoloso».

Urgenti risorse per la salute mentale devono essere destinate a rafforzare i servizi territoriali di comunità, a superare tutte le forme di contenzione, segregazione e interdizione.

Bisogna sostituire gli spazi dell’esclusione con i luoghi della vita e quindi puntare decisamente verso forme di abitare supportato dentro la propria comunità; si riporti l’uso del Tso nella sua giusta dimensione e motivazione originaria e si metta fine alle pratiche manicomiali nei servizi ospedalieri psichiatrici (Spdc) come la detenzione dietro porte chiuse e l’umiliazione, per persone che la subiscono e operatori che la praticano, della contenzione meccanica.

Se le risorse in arrivo serviranno per tali questioni poste con chiarezza dall’Oms, il governo e la politica avranno fatto bene il proprio lavoro altrimenti si sarà sprecata la più grande opportunità dal dopoguerra in poi per rilanciare il Ssn e con esso la salute mentale.

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Fonte forumsalutementale.it

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