Ritardo studenti superiori a scuola, perse 16 milioni di ore di lezione

Sono i calcoli elaborati dal Corriere della Sera sui dati pubblicati dall’Invalsi e dai rapporti di autovalutazione inviati dalle scuole al Miur.

I docenti delle secondarie di secondo grado sono costretti mediamente a firmare ogni quattro giorni su cinque l’ingresso in ritardo in aula di almeno uno studente.

L’elemento che rende interessante l’analisi di questi dati è che il fenomeno del ritardo si verifica proprio nell’ultimo segmento di scuola, prima dell’Università, dello studente. Infatti, nelle scuole superiori di primo grado sembra che gli studenti siano meno ritardatari: 3,4 ritardi all’anno per ogni alunno contro i 6,3 delle superiori. Peggio ancora se si analizza il dato relativo agli istituti tecnici (7,2) e professionali (8,1).

A livello geografico, le regioni con gli alunni più ritardatari risultano essere il Lazio (un alunno su due), seguito a ruota dalla Puglia (40%). Rovesciando il criterio della classifica, la maggiore puntualità spetta al Friuli Venezia Giulia (solo il 15% dei ritardi) al Piemonte (20%).

Il motivo dei ritardi sembra essere legato a prigrizia, indolenza, sciatteria. Non viene menzionato mai il traffico nelle grandi città. Le scuole hanno tentato di porre rimedi correttivi, sperimentando (pare senza successo) multe agli studenti o badge di ingresso.

Secondo il presidente Anp, Antonello Giannelli, il problema vero è nel senso di responsabilità da parte dei ragazzi. “Verifichiamo sul campo – ha detto Giannelli – una tendenza alla deresponsabilizzazione che è diventata un vero e proprio fatto culturale. I ragazzi, ma anche i loro genitori, fanno fatica ad abituarsi alla disciplina: è un malcostume al quale non è facile opporsi“.

Gli studenti non credono che sia un problema entrare in ritardo. E i pedagogisti confermano: “I ragazzi — dice il pedagogista Raffaele Mantegazza — faticano a capire che arrivare in orario è importante“. Per quale motivo? Lo stesso pedagogista lo ha ipotizzato in maniera inequivocabile: “Stando perennemente attaccati ai telefonini, vivono in un eterno presente: una diretta continua dove tutto è sempre disponibile. Son capaci di arrivare con un’ora di ritardo anche dalla fidanzata”. E quindi per Mantegazza bisogna “Far capire ai ragazzi che se programmano il tempo, fanno meno fatica. Prima, però, bisognerebbe trovare un’alternativa ai telefonini. Ormai neppure all’università riusciamo a far spegnere i cellulari“.

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Fonte Orizzonte Scuola

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