Rinnovo del contratto, Anief: befana amara per docenti e precari, altro che aumenti, in arrivo nemmeno l’adeguamento all’inflazione

 Perché gli aumenti del 3,48% previsti dal 2018, secondo l’intesa sindacale del 30 novembre 2016, variano in base a qualifica e fascia di appartenenza.

A dirlo è da tempo l’Anief, ma ora anche la stampa specializzata si è accorta del bluff, sulla base delle indicazioni fornite ai sindacati rappresentativi dal presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini, in occasione dell’incontro tenuto dalle parti in settimana: la rivista Tuttoscuola, infatti, nel calcolare il valore lordo dell’incremento mensile per ciascuna posizione retributiva individuale, ha evidenziato “una sorpresa clamorosa. Applicando quella percentuale del 3,48% alla posizione retributiva individuale di ogni lavoratore (la stessa percentuale applicata alla massa dei dipendenti pubblici) si ottiene un risultato lontanissimo dagli 85 euro medi di aumento mensile lordo per i lavoratori del comparto scuola”.

Per calcolarlo, Tuttoscuola ha applicato, per il personale docente del comparto, la percentuale del 3,48% alla posizione retributiva individuale mensile complessiva (stipendio + retribuzione professionale docente + indennità di vacanza contrattuale): “Ne risulta una forbice dell’aumento compresa tra i 57 euro della retribuzione iniziale dei docenti di elementare e i 92 euro di fine carriera dei professori delle superiori, per un incremento medio di circa 69 euro, ben lontani dagli 85 medi di incremento mensile. Per assicurare l’aumento medio di 85 euro (che comunque non soddisfa i sindacati) – conclude la testata specialistica – la percentuale dovrebbe essere quasi di un punto in più, 4,31%”.

“Ora è assodato che il rinnovo di contratto porterà dai 57 euro lordi dei neoassunti della primaria agli 88 euro lordi dei docenti a fine carriera delle superiori – sottolinea Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal -: quote che si dimezzano al netto del lordo Stato e dipendente a fine anno. Quindi, rispettivamente ci fermiamo a 27 euro e 52 euro. I tanti precari della scuola saranno ancora tra i più colpiti, perché fermi a stipendio iniziale, nonostante le sentenze delle SS. UU. della Cassazione”.

“Queste sono le cifre, punto – continua Pacifico -. Perché non può essere di certo percorribile la strada di portare in busta paga le somme derivanti dai bonus 500 euro per la formazione e dal bonus merito dei docenti, previsti dai commi 123 e 126 della Legge di riforma 107/2015. Per i fondi legati al merito, infatti, occorrerebbe agire con una modifica normativa che non compete di certo al tavolo contrattuale ma alla politica. Mentre per le somme destinate alla formazione, se è vero che portarle in busta paga farebbe diventare il bonus strutturale e non soggetto a rifinanziamento annuale, è altrettanto vero che vorrebbe dire sottoporle a tassazione, dimezzando la somma. Senza dimenticare il pericolo di vedersi pure aumentato l’orario di servizio obbligatorio”.

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Fonte Orizzonte Scuola

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