Ricostruzione carriera spetta anche per precariato e non c’è prescrizione quinquennale

Fatto

Veniva respinto l’appello del MIUR avverso la sentenza che aveva accolto la domanda proposta da da un collaboratore scolastico in forza di numerosi contratti a termine successivi, ed aveva condannato il Ministero a riconoscere alla stessa, ai fini della progressione economica, l’anzianità maturata durante i rapporti a tempo determinato ed a corrispondere le conseguenti differenze retributive.

La Corte territoriale ha premesso che gli assunti a tempo determinato del comparto scuola non beneficiano della progressione stipendiale, legata all’anzianità di servizio e riconosciuta al personale di ruolo, ed ha ritenuto la disparità di trattamento non giustificata, in quanto non rispettosa del principio di non discriminazione, sancito dalla clausola 4 dell’Accordo quadro trasfuso nella Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999 e recepito nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 6 Il Giudice ha rilevato che la specialità del sistema di reclutamento nel settore scolastico può giustificare l’utilizzo del lavoro a termine, ma non legittima la disparità di trattamento fra categorie di lavoratori che si differenziano solo per la diversa natura del contratto stipulato, in quanto svolgono identiche mansioni e garantiscono l’espletamento del medesimo servizio.

E la Corte territoriale ha escluso la fondatezza dell’eccezione di prescrizione quinquennale. In Particolare il MIUR faceva presente tramite le sue difese che il dipendente pubblico, a differenza di quello privato, non è mai esposto a ritorsioni o rappresaglie quando agisce in sede giudiziale per la tutela di propri diritti ed interessi. Aggiunge che per i crediti retributivi opera il termine quinquennale di prescrizione.

No alla discriminazione tra personale a tempo determinato e indeterminato

La Cassazione respinge il ricorso sulla questione della disparità di trattamento, riconoscendo che la sentenza impugnata è conforme all’orientamento, consolidatosi nella giurisprudenza di questa Corte a partire dalle sentenze nn. 22558 e 23868 del 2016, secondo cui “nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/CE, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai c.c.n.l. succedutisi nel tempo, sicchè vanno disapplicate le disposizioni dei richiamati c.c.n.l. che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato.”

Sulla decorrenza del termine della prescrizione nei contratti a termine

Per i giudici è invece, fondata la seconda censura, in relazione alla quale il Collegio intende dare continuità all’orientamento già espresso da questa Corte con l’ordinanza n. 8996 del 2018, pronunciata in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa. “ Non è in discussione la legittimità dei termini apposti ai singoli contratti, sicchè rileva il principio affermato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 575/2003 secondo cui “nel caso che tra le stesse parti si succedano due o più contratti di lavoro a termine, ciascuno dei quali legittimo ed efficace, il termine prescrizionale dei crediti retributivi, di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, art. 2955 c.c., n. 2 e art. 2956 c.c., n. 1, inizia a decorrere, per i crediti che sorgono nel corso del rapporto lavorativo dal giorno della loro insorgenza e, per quelli che si maturano alla cessazione del rapporto, a partire da tale momento, dovendo – ai fini della decorrenza della prescrizione – i crediti scaturenti da ciascun contratto considerarsi autonomamente e distintamente da quelli derivanti dagli altri e non potendo assumere alcuna efficacia sospensiva della prescrizione gli intervalli di tempo correnti tra un rapporto lavorativo e quello successivo, stante la tassatività della elencazione delle cause sospensive previste dagli artt. 2941 e 2942 c.c., e la conseguente impossibilità di estendere tali cause al di là delle fattispecie da quest’ultime norme espressamente previste.”. Con la richiamata pronuncia le Sezioni Unite hanno osservato che il metus, ritenuto dal Giudice delle leggi motivo decisivo per addivenire alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, presuppone l’esistenza di un rapporto a tempo indeterminato nel quale non sia prevista alcuna garanzia di continuità. Invece, nel contratto a termine legittimamente stipulato, poichè il lavoratore ha solo diritto a che il rapporto venga mantenuto in vita sino alla scadenza concordata e l’eventuale risoluzione ante tempus non fa venir meno alcuno dei diritti derivanti dal contratto, non è configurabile quel metus costituente ragione giustificatrice della regolamentazione della prescrizione nel rapporto a tempo indeterminato non assistito dal regime di stabilità reale (negli stessi termini Cass. n. 8996/2018 cit., Cass. n. 14827/2018; Cass. n. 22146/2014).”

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