Reputazione ed educazione finanziaria, lo spread da colmare (anche) con le RP

Tutti gli spread sono gravi, ma alcuni sono più gravi di altri. Si rivolterebbe nella tomba, George Orwell, per questa errata citazione della Fattoria degli Animali. Perciò va spiegata. Il riferimento è a due temi che dovrebbero essere cari ai relatori pubblici. La reputazione e l’educazione finanziaria. La reputazione che, non dimentichiamo è quello che dicono gli altri quando noi non ci siamo, è il campo di azione di chi si occupa di RP. Il vecchio ma ricorrente dilemma se le relazioni pubbliche abbiano per oggetto la reputazione o le relazioni  in realtà è un falso problema. Buone relazioni contribuiscono a creare buona reputazione, e una buona reputazione favorisce lo sviluppo di relazioni di medio-lungo termine, quell’outgrowth che è l’obiettivo di eccellenza del professionista. L’educazione finanziaria, dal canto suo, è quel segmento dell’educazione in generale che si occupa dei fenomeni economici e finanziari. Ha tre dimensioni, anche per come è trattato nelle rilevazioni internazionali, a cominciare da quelle dell’Ocse. Le conoscenze di concetti economici di base, comportamenti adeguati  e orientamento al lungo periodo. Purtroppo, l’indicatore complessivo – frutto della somma delle tre dimensioni  – pone l’Italia nelle posizioni di retrovia in tutte le indagini. Pane per i denti del relatore pubblico, allora, chiamato a ridurre – richiamando la scuola europea delle RP – le asimmetrie informative dei contesti nei quali opera, non di rado proprio di carattere economico.

E’ evidente allora che educazione finanziaria e reputazione sono due delle sfide principali per soggetti come banche, assicurazioni e imprese finanziarie. Anzi no, non sono due sfide, perché in realtà sono una sola. Se n’è parlato durante l’incontro “Banche, assicurazioni e finanza: come rispondere alle sfide dell’educazione finanziaria e della reputazione” promosso da FeBAF – Federazione Banche Assicurazioni e Finanza il 9 maggio a Roma, in occasione della presentazione del volume Banchieri di Beppe Ghisolfi.

Gli indicatori e le rilevazioni comparate mostrano una sorprendente e netta corrispondenza tra i livelli di educazione finanziaria della popolazione di un determinato Paese e la reputazione del settore finanziario di quella stessa nazione. Al crescere della conoscenza e di comportamenti economici informati, cresce anche il livello di reputazione degli attori finanziari.

Si tratta di un fenomeno che merita approfondimenti, come è stato rilevato anche negli interventi di Fabio Ventoruzzo, Reputation Institute Italia e Alessandra Migliaccio, Bloomberg News e nelle conclusioni di Paolo Garonna, FeBAF. La crisi da cui stiamo faticosamente uscendo ha certamente inciso sul livello di reputation del settore finanziario in molti mercati, incluso quello italiano. E ha anche colpito più duramente quelle categorie di cittadini e consumatori che hanno un grado più basso di preparazione economico-finanziaria. Purtroppo questo è proprio la situazione dell’Italia e non a caso smaltiamo più faticosamente la sbornia della crisi rispetto ad altre realtà che hanno ripreso a correre a ritmi sostenuti. Di questa difficoltà “educativa” sono consapevoli i policy maker che stanno avviando, con il Comitato pubblico diretto da Anna Maria Lusardi,  una serie di iniziative per la programmazione e il coordinamento tra le istituzioni, ma anche gli operatori che sono attivi da tempo nel tentativo di colmare uno “spread” che non è meno grave rispetto ad altri e più noti. Tra le iniziative del settore, all’incontro in FeBAF sono state ricordate quelle della Fondazione per l’Educazione finanziaria (Feduf) e del Forum Ania-Consumatori.

Si riuscirà in tempi rapidi a invertire la rotta e migliorare i livelli di educazione finanziaria e (quindi) di reputazione? La risposta dipenderà almeno in parte -oltre che dai comportamenti di tutti i protagonisti – dal miglioramento del contesto nel quale educazione finanziaria e reputazione si muovono. Un ecosistema che ricomprende da un lato la reputazione del paese tout court nel quale il settore finanziario opera e dall’altro il sistema educativo più in generale. Ancora una volta, in fondo è questione di spread, cioè di differenze che possono essere più o meno gravi. E noi riteniamo che il divario di preparazione dei nostri giovani ed adulti rispetto alla media dei paesi industrializzati sia pesante e penalizzante per tutti. Forse ora, sentita la spiegazione, Orwell si rivolterebbe di meno. E non solo perché negli indici globali di reputazione e di educazione finanziaria la Gran Bretagna occupa le primissime posizioni.

     

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