Renato giornalista e la carta di Trieste

giornalistaDi Antonello D’Elia

Renato è uno dei personaggi che popolano con i loro punti di vista sulla salute mentale La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant’anni dopo (Edizioni Villaggio Maori, Catania, 2019). L’autore è Antonello D’Elia, Presidente di Psichiatria Democratica.

Il testo è pubblicato grazie alla cortesia dell’Autore e dell’Editore.

Renato e il disagio psichico nelle parole dei giornalisti

Da giornalista provo sempre imbarazzo a leggere storie di follia e di violenza sulla stampa. Sì, me ne rendo conto, ha ragione, su testate come quella per cui lavoro bisognerebbe essere più attenti, anche più competenti, ma fatto sta che certe storie finiscono nella cronaca, quella che si chiama cronaca nera, e si è in tanti a scriverne, è raro che i casi vengano affidati a gente di mestiere che dia un taglio alla notizia che non sia allineato con quello che si aspetta la gente. È vero: un giornale dovrebbe avere un’impostazione, orientare e non seguire il senso comune. A volte sulle pagine nazionali trova un’opinione e su quelle locali il suo opposto, parlando dello stesso evento. Ma è anche vero che è una materia complicata questa della follia. Non è facile capire cosa è scientifico e cosa no, se i termini utilizzati sono corretti, se una lettura più complessa può essere compresa e non passare per intellettualismo o per paternalismo. Vuole un esempio? C’è l’imbarazzo della scelta: prendiamo il caso di qualche tempo fa in cui una madre era sospettata di aver ucciso il suo bambino. Sono storie che si ripetono di frequente o che, in ogni caso, arrivano più spesso alla cronaca, fatti che sconvolgono, che spaventano, in apparenza incomprensibili. Il ruolo della stampa, almeno per come la vedo io, dovrebbe essere quello di far riflettere su eventi di questo genere, di trasmettere a chi legge stimoli di riflessione e non confermare facili giudizi e pregiudizi. Senza assolvere nessuno, senza giustificare nessuno, ma almeno far ragionare. Lo riconosco, c’è un’istanza pedagogica in quello che dico, non ha torto, ma non mi pare una gran colpa visto che l’alternativa è aizzare emozioni per respingere qualsiasi diversità e raccogliere consenso in una nazione smarrita e confusa, che è quello che fa con sempre maggiore determinazione la destra. Dunque, mi faccia proseguire il mio ragionamento: succede questo brutto omicidio. Dopo un periodo di silenzio vengono fuori le prime notizie che volevano la mamma del piccolo come possibile autrice del delitto, motivo per cui era stata fermata e incarcerata, e la stampa si attiva; seguono commenti spietati sempre più feroci man mano che si profila un possibile movente. Il tutto viene amplificato dalla rete dei social, un modo velocissimo di diffondere notizie, false notizie e opinioni non meditate che attingono alla più immediata visceralità. Insomma, pare che la donna avesse un amante e avesse ucciso il figlio in quanto intralcio o testimone della relazione. Il ruolo dei media diventa quello di un amplificatore della piazza, di orientare l’espulsione dell’inquietudine suscitata da un fatto di cronaca così efferato in cui una madre sopprime la sua prole. Le passioni soffocano il pensiero, le emozioni violente allontanano ogni capacità di accostarsi a un’esperienza estrema e tragica, ma pur sempre umana. Insomma, Medea diventa una Rosalia qualsiasi, fedifraga e spietata. Il tutto dura tre, quattro giorni, poi il caso sparisce e non se ne sa più nulla. Oppure la vicenda ancora più recente del migrante ricoverato in psichiatria che uccide a pugni un anziano anche lui ricoverato nello stesso reparto. In questo caso c’è la doppia aggravante di un migrante che è folle e pericoloso. La notizia non dice nulla del luogo dove è avvenuto il fatto, del clima di violenza che vi si respirava, dei motivi per cui quell’uomo era ricoverato e di quali trattamenti riceveva. La psichiatria può essere anche molto violenta, no? La chiave interpretativa è il raptus, l’evento imprevedibile e inconoscibile che trasforma un essere in un mostro all’improvviso. Ha presente i commenti dei vicini dopo che uno ha ammazzato madre, padre, gatto e cane: «Sembrava tanto educato, salutava sempre tutti… e quei genitori erano brave persone, mai una lite, mai uno screzio, un urlo, persone perbene». A che serve questa informazione se non ad alimentare la convinzione che la follia sia imprevedibile e quindi chi ne è affetto è pericoloso in sé? Bastano un po’ di fatti di cronaca trattati in questo modo e si conferma e diffonde l’idea di essere circondati da soggetti instabili che si aggirano liberamente nelle nostre città pronti a far del male perché, per ignota metamorfosi, si trasformano in efferati assassini. Voglio dire che il clima di paura e la reazione in termini di stretta securitaria vengono alimentati da eventi di questo tipo. In poco tempo l’equazione tra atto violento e follia diventa scontata, il mostro e il folle sono una sola cosa. E una legge ha messo i matti in libertà e loro si aggirano a piede libero. A quel punto arrivano i commenti giornalistici e i pareri degli esperti. L’inchiesta ha «chiarito che la donna soffriva da tempo di una forma depressiva», o che «era in cura presso i servizi sociali», tanto sociale o psichiatrico è sempre assistenza, mai cura vera…, o era stata visitata e qualcuno aveva diagnosticato una «blanda situazione ansiosa». Vale a dire che si alimenta il mito della inspiegabilità che a sua volta evoca la paura. Si ricordi che il primo fronte contro Basaglia era stato alimentato proprio dalla stampa, che aveva colto due episodi tragici avvenuti a opera di pazienti del manicomio in permesso a casa per diffondere il terrore per i pazzi in libertà e gli psichiatri, ancora più pazzi, che li mettevano per strada. Certo, c’era una stampa contraria, una televisione di inchiesta che mostrava il delitto umanitario di tenere segregate, abbandonate e sottoposte a sistematiche violenze decine di migliaia di persone internate. Ma oggi il clima generale di attenzione al sociale è svanito e la paura dilaga. Sa, ripensando a quello che le ho detto prima, mi convinco sempre di più che sia necessaria un’educazione psicologica e, mi passi il termine, spirituale. Il mostro, il folle, mettiamoci pure il migrante, tanto di questi tempi sono tutti «altri» e minacciosi, vanno tenuti a debita distanza scaraventando su di loro il negativo, il pauroso, e trasformando l’inquietudine in designazione, in un «non mi riguarda». Eppure il male della madre figlicida o il dolore del paziente psichiatrico ci riguardano, siamo anche noi, parlano di noi e dicono cose che la maggior parte delle persone non si può neppure rappresentare. Il grande assente di tutti questi racconti, articoli, reportage, servizi è la sofferenza, il riconoscimento di come dietro a condizioni estreme ci sia il dolore che precede e sostiene i comportamenti. Se si guardano solo questi non si capisce nulla, né degli altri né di noi stessi. Che poi è la stessa cosa che avviene alla psichiatria. Mi sono interessato dell’argomento per tanti anni, fin dai tempi della chiusura dei manicomi, quando ero ragazzo e scrivevo dei pezzi per un piccolo giornale della città di provincia dove vivevo. Per questo le dico che se è la stessa psichiatria che guarda solo quello che si vede in superficie per attribuire una diagnosi e con quella chiudere la partita anche del trattamento, figuriamoci i giornali e i giornalisti! E qui due parole me le deve far dire sugli esperti. Ma come può un giovane giornalista capire a chi rivolgersi per sentire un parere qualificato? Se è passato il discorso che la psiche è una questione di pertinenza medica, perché ha a che fare con il funzionamento di un organo, il cervello, e che la ricerca avanzata delle neuroscienze è quella che può dare risposte, io andrò a cercarmi uno scienziato, o magari uno che fa credere di esserlo. Aspettiamo tutti che il progresso delle scienze faccia il suo corso e nel frattempo la gente soffre, si ammala, commette stranezze. E poi c’è la questione delle mode, l’ha notato? Da quando la depressione è stata «scoperta» come malattia del nostro tempo, sono scomparsi gli schizofrenici e sui giornali, quando si deve parlare della diagnosi di una persona che ha combinato qualcosa di grosso, si parla di depressione: «Era in cura per depressione», si scrive di qualcuno che magari ha aggredito un familiare, ha ucciso un passante e così via. La depressione è diventata il modo più vicino all’esperienza di tutti della sofferenza mentale, tutti pensano di sapere di che si tratta, e magari temono di poter diventare pazzi perché si è tristi. Mi sembra tutto così semplicistico che mi chiedo se non finiamo noi per primi per giustificare cose su cui in fondo non siamo d’accordo. Non vorrei fare sociologia a buon mercato, ma qualcosa ne so e qualche libro l’ho letto: si tratta anche qui di nominare un male che incombe, che può venire a sconvolgere la vita di tutti senza apparente motivo, magari a causa di una regolazione patologica di qualche mediatore chimico. Pare che la diagnosi sia già una parte della cura, ma così non si fa altro che alimentare confusione. Ormai c’è una diagnosi per tutto e pare che se nomini un fenomeno con un termine che sa di scienza lo hai già risolto. Dovremmo occuparci di più di queste cose, non trova? Ne va di mezzo la nostra salute, l’idea di diventare più consapevoli o invece di delegare agli specialisti le nostre vicende, di contare sulle relazioni umane o sulle soluzioni che non richiedono impegno, come l’assunzione di medicine. Pensi al caso dei vaccini sospettati di essere causa dell’autismo, cosa non supportata da nessuna evidenza, sensazionalistica, non rigorosa eppure dilagata a dismisura anche per responsabilità di una informazione popolare scorretta, che disinforma per avere pubblico, per fare notizia a tutti i costi. Le persone sono sempre più fragili, insicure, alla ricerca di risposte: come si spiega se no il periodico ripresentarsi di soluzioni miracolose per il cancro o il caso delle staminali? Per la salute mentale vale lo stesso discorso. C’è una certa confusione tra malattie psichiatriche, neurologiche e quelle legate all’invecchiamento. Tutto quello che in questi tempi di ipercontrollo rappresenti la perdita di sé, di un’immagine di presenza e lucidità permanente, di buon senso senza dubbi, viene accomunato come una sola patologia. Non va sottovalutato questo spirito dei tempi perché ha a che fare con le paure delle persone. Insomma, ci sarebbe bisogno di meno suggestione e più divulgazione seria. E chi lavora con l’informazione come me ha un compito importante. Che ne pensa?

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Fonte forumsalutementale.it

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