Real Bodies, una mostra senza anima

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Real Bodies

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A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti….”

Foscolo, I Sepolcri

Ricordo che quand’ero studente di anatomia, purtroppo tanti anni fa, partecipavo alle esercitazioni didattiche tenute dal Professore con un certo timore di star male e un profondo turbamento per ciò che stava per avvenire: il corpo di un uomo morto sarebbe stato aperto per studiarlo.

Poi, durante la formazione medica mi capitò più di qualche volta di partecipare a quel atto che non è mai stato  avvertito  come “sacrilego” semplicemente perché avveniva all’interno di una Istituzione, l’Università”  che di fatto onorava il corpo di quel defunto.

La formazione  esige che il futuro medico non solo conosca l’anatomia ma soprattutto la medicina e l’anatomo-patologia e così,  volente o nolente mi sono fatto, come tutti i miei colleghi,  numerose autopsie. Bisognava vedere, toccare, leggere, conoscere attraverso i cinque sensi cos’è la malattia  o meglio com’è un organo ammalato.

Confesso che non ho mai provato alcun tipo di imbarazzo per quel tipo di studio.  Lo consideravo e lo è uno studio nobile.

Quei corpi venivano onorati dalla ricerca.

Real Bodies, una mostra di corpi umani trattati come oggetti

Non ho provato gli stessi sentimenti vedendo ieri la mostra Real Bodies di Via Giovanni Ventura 15 a Milano, anzi, ne sono uscito disturbato.

E’ una mostra, un lavoro per lo meno inutile fatto su dei corpi umani usati al solo scopo di stupire e quindi attirare gente, spettatori.

Sia chiaro che non metto in dubbio l’altissimo livello tecnico e i sorprendenti risultati raggiunti nella preparazione.

Ma a che serve? A niente,  a nessuno. Forse gli unici che potrebbero trarne un oggettivo vantaggio sono ancora i medici, gli studenti ma è auspicabile che essi abbiano  altrettanto sofisticati  sussidi su cui studiare. Per gli altri, una spettacolarizzazione inutile e un utilizzo improprio del corpo umano.

Però, uscendo dalla mostra mi sono chiesto più volte: perché mi sentivo così infastidito?

Vorrei precisare e così ci capiamo meglio, che non sono un bigotto cultore del corpo del defunto, anzi, se fosse per me limiterei il più possibile l’uso dei cimiteri e incrementerei la cremazione.  Dico  che il corpo racconta altro oltre la sua anatomia.

Dico che ridurlo ad un “meraviglioso” congegno biologico è falso.

Trasmettere questa informazione ai giovani non solo è cosa riduttiva ma inutile e pericolosa.

Nei corpi di quella mostra non c’è l’anima.  Soprattutto non si tiene conto che sono corpi di uomini e donne che hanno vissuto, amato, odiato,  hanno operato, inciso su questa vita che noi ancora viviamo. Essi, in qualche modo sono i nostri “genitori”, coloro che ci hanno anticipato,  che hanno plasmato nel bene e nel male ciò che noi ora siamo e viviamo.

Avevano un’anima e in quella mostra non c’è. Non c’è il ricordo, la presenza,  il rispetto.

Mi è venuto in mente un aneddoto di quando andavo appunto a vedere le prime esercitazioni di anatomia.

A quel tempo lo Stato italiano permetteva l’uso per quello scopo dei corpi delle persone anziane che morivano sole, senza parenti come per  esempio in una Casa di Riposo.

Poi ad un certo punto non fu più disponibile alcun corpo. Cosa era successo? I vecchietti che vivevano nelle Case di Riposo, venuti a conoscenza del sistema che forniva le Università di corpi di persone che morivano dichiaratamente sole, si organizzarono  e appena moriva qualcuno di loro con queste caratteriste,  facevano una piccola colletta  mandando le condoglianze a chi di dovere. Nessuno moriva più totalmente solo.

Che tenerezza,  ma soprattutto quale alto insegnamento dai quegli anziani: rispetto, rispetto per i sentimenti, per la vita che continua nel ricordo di chi viene dopo.

In quei corpi della mostra, trattati come oggetti da studiare in funzione prevalentemente di dar spettacolo e soldi,  non c’è rispetto perché non si è tenuto conto , forse neanche per un attimo che lì, in quei corpi vi è stata  la vita, l’amore, l’anima

Di Renzo Zambello

 

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