Presunti maltrattamenti a scuola, aumento del 100% dei casi: fatti reali o isteria collettiva?

Prima di parlare delle nuove scoperte conviene ripassare le atipicità delle metodologie d’indagine più volte evidenziate in precedenti articoli su questa testata. Nell’ordine ricordiamo: 1) gli inquirenti non addetti ai lavori; 2) l’uso delle telecamere nascoste non contingentato (definita in gergo “pesca a strascico”); 3) la violazione del diritto alla riservatezza tutelato dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori; 4) la selezione esclusivamente avversa delle videoclip che rappresentano complessivamente assai meno dell’1% del totale delle intercettazioni; 5) la decontestualizzazione delle scene riprese di cui non si conoscono pertanto antefatto e seguito; 6) la drammatizzazione delle trascrizioni effettuate dagli inquirenti; 7) l’applicazione empirica e soggettiva dei criteri di abitualità e sistematicità agli episodi di maltrattamenti (art 572 c.p.); 8) la frequente visione da parte dei giudici di singoli fotogrammi o delle sole videoclip selezionate e decontestualizzate dagli inquirenti, anziché della totalità delle audiovideointercettazioni che di sovente superano le centinaia di ore; 9) la lunghezza delle indagini a fronte della tempestività d’azione necessaria per non esporre i minori a eventuali inutili rischi; 10) i costi esagerati per le indagini “tecnologiche” (le fatture documentano spese per molte migliaia di euro per ciascuna indagine); 11) il relativo congestionamento del già sovraccarico sistema giudiziario, quando il dirigente scolastico potrebbe risolvere tutto subito e senza aggravi per l’erario.

Tutto ciò premesso, analizziamo alcuni aspetti e dinamiche emersi con l’aumentare vertiginoso del numero di PMS nella scuola statale dell’Infanzia e nella scuola Primaria. Per fine anno si attende infatti un aumento del 100% dei casi rispetto al 2018 che faceva peraltro registrare il massimo storico nella casistica italiana.

Il ruolo del dirigente scolastico

Più volte abbiamo ricordato che il dirigente scolastico, quale datore di lavoro, annovera tra i suoi principali compiti medico-legali la tutela della salute dei docenti nonché la salvaguardia dell’incolumità dell’utenza. Nonostante ciò, in più di una circostanza, anziché intervenire direttamente per verificare un’eventuale denuncia di PMS da parte di terzi (genitori, colleghi, collaboratori) e porvi rimedio coi mezzi a sua disposizione (affiancamento, ispezione, accertamento medico, sospensione cautelare…), il preside è corso senza indugio dall’Autorità Giudiziaria a fare un esposto. Tale comportamento è solitamente giustificato secondo il capo d’istituto in virtù dell’art. 331 cpp che impone al pubblico ufficiale di denunciare immediatamente una notizia di reato. Tuttavia, vi è un secondo articolo, solo apparentemente in conflitto col precedente, che inchioda il dirigente alle sue responsabilità: Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo” (art. 40 c2 cp). Come conciliare pertanto le due norme di legge? Viene in aiuto una sentenza della Suprema Corte che, a riguardo di un caso pratico, si esprime levando ogni ombra di dubbio: “Deve essere confermato l’arresto della DS per il reato di maltrattamenti ai danni di alunni della scuola ove l’indagata svolgeva le proprie funzioni di direttrice, allorché sia emerso dall’istruttoria che la stessa aveva omesso di esercitare i poteri di vigilanza, controllo, segnalazione e denuncia, non impedendo così i maltrattamenti di altra insegnante (Cassazione n°38060 del 18/07/14)”. Non è affatto casuale la sequenza con la quale la Suprema Corte richiama i doveri della dirigente che sono nell’ordine la vigilanza, quindi il controllo, poi la segnalazione e solo da ultimo la denuncia. In altre parole, la Cassazione conferma che il dirigente sco9lastico ha un ruolo e dei compiti da esercitare cui non può derogare limitandosi a fare da passacarte con le altrui denunce.

L’indagine

In una recente intervista a proposito delle indagini con telecamere nei casi di PMS (Il Dubbio 26.06.19), il giudice Gherardo Colombo appare critico affermando che: “…sembra più importante acquisire la prova che tutelare la persona… Si privilegia così la repressione piuttosto che la prevenzione”. Questo pericolo è confermato e anzi si esaspera in taluni casi come quello in cui il PM solleva il dirigente dall’obbligo di avviare un procedimento disciplinare suggerito dall’Ufficio Scolastico Territoriale che ritiene il fatto come “un comportamento sanzionabile nei limiti decisionali del dirigente”. Addirittura sorprendente diviene la circostanza in cui il PM nomina il dirigente “ausiliare di polizia giudiziaria” chiedendogli le chiavi della scuola ai fini dell’installazione delle telecamere nascoste. Il capo d’istituto vede così paralizzato ogni suo potere d’intervento a tutela dell’utenza e della docente stessa che potrebbe versare in condizione di salute precaria e necessitare di un accertamento medico a fronte dell’alta usura psicofisica professionale. In un altro caso ci troviamo di fronte a un giudice che ritiene valide le videointercettazioni acquisite da un PM senza autorizzazione rilasciata dal GIP. Le registrazioni vengono ammesse – scrive il giudice nella sentenza – “…perché la classe non è equiparata a dimora ma è luogo pubblico”. Eppure l’autorizzazione del GIP alle intercettazioni – richiesta in tutti gli altri procedimenti – è necessaria in quanto viene violato nell’indagine il diritto alla riservatezza dell’indagato che è ad ogni effetto tutelato dall’art.4 dello Statuto dei Lavoratori. Non dimentichiamo inoltre che l’installazione di telecamere in luogo pubblico (stadi, distributori, stazioni, centri commerciali e finanche condomini privati) deve comunque essere accompagnata da cartelli che ne attestino la presenza con cartelli recanti la nota dicitura “zona sottoposta a videosorveglianza con telecamere”.

Le contestazioni “professionali”

Rispetto alle prime indagini per PMS, si stanno sensibilmente accorciando i periodi delle intercettazioni che, in taluni casi, superavano addirittura i tre mesi. Sembra invece allungarsi la lista delle contestazioni alla condotta professionale delle maestre, ma con la segnalazione di episodi del tutto marginali se non ridicoli: “la maestra intimidiva l’alunno puntandogli contro l’indice”, “l’insegnante minacciava il bimbo dicendogli: conto fino a tre!”, “l’intesa criminale tra le due insegnanti è dimostrata dal fatto che tra loro parlano in dialetto”.In un recente caso ci sono state ben 111 contestazioni degli inquirenti ma 47 erano state sollevate solo perché “la maestra rimprovera un bambino”. Il richiamo/rimprovero è uno strumento educativo fondamentale per la crescita di bimbi in età prescolare, ma la cosa sfugge a inquirenti non-addetti-ai-lavori che nulla sanno di insegnamento, educazione del gruppo classe, pedagogia, comunicazione con minori, relazioni con famiglie multietniche e via discorrendo. Se dunque il metro di misura della capacità/attitudine di un docente è empirico ed esclusivamente soggettivo, basato per giunta sull’esperienza personale ed esclusiva della crescita del proprio figlio,i giudizi espressi non potranno che essere “assortiti”, discrezionali, bizzarri, e tutto fuorché professionali. Notoriamente l’educazione e l’insegnamento sembrano essere campi nei quali ciascun individuo può dire la propria, convinto di detenere la verità assoluta e di poter sentenziare o giudicare senza appello. Un po’ come nel calcio dove tutti ci sentiamo commissari tecnici infallibili. Sarà anche per questa ragione che di PMS si sono finora occupati indistintamente inquirenti appartenenti a Carabinieri, Polizia Giudiziaria, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e Polizia Postale.

Avvocati e processi

La scelta del rito processuale è uno dei primi ardui scogli da superare con l’aiuto dell’avvocato che, di scuola, sa notoriamente poco. Molto dipende dalla “fibra” dell’insegnante che potrebbe voler uscire subito dal tritacarne senza dover trascorrere gli anni a provare la propria innocenza. Se un docente vuole combattere l’ingiustizia deve scegliere il lunghissimo rito ordinario, altrimenti gli restano il patteggiamento o il rito abbreviato che “equivalgono” (tecnicamente non è proprio così) a riconoscere almeno parte delle responsabilità per le condotte contestate. Scegliere non è affatto cosa semplice ma, talvolta, a tutela della salute fisica e mentale, decidere di chiudere al più presto la vicenda giudiziaria diviene prioritario rispetto al volere dimostrare a ogni costo la propria innocenza. Ne è chiara prova la morte precoce di due maestre indagate nel 2019 (a Reggio Emilia e a Strona nel biellese), i cui processi sarebbero stati ancora da celebrare (ora invece tutto si ferma perché la morte estingue il reato), e altrettanti tentati suicidi, di cui sono personalmente a conoscenza, per il formidabile stress. Non dobbiamo dimenticare a questo proposito l’ignobile gogna mediatica posta in essere nei confronti delle persone indagate con televisioni, giornali, striscioni, scritte sui muri della scuola e infamie di ogni genere sui social, senza risparmiare ovviamente alcun componente del nucleo familiare. L’accusa di PMS sconvolge per anni, ma forse per sempre, la vita di una maestra e di tutti i suoi congiunti.

Parte civile

Altro fenomeno di contorno cui assisto allibito e incredulo è il frequentissimo costituirsi parte civile di famiglie, associazioni e addirittura Comuni nei confronti delle maestre indagate. La cosiddetta “violenza assistita”, i cui danni non devono essere neanche dimostrati, offre la sponda a tutti per rivendicare e ottenere un indennizzo. Ma davvero pensiamo che gli insegnanti, grazie ai loro miseri stipendi, siano diventati Fort Knox? Aprono invece il cuore le testimonianze di alcune comunità che di fronte a circostanze difficili e burrascose sostengono le maestre indagate riconoscendo lo sforzo e la competenza impiegati nell’aver cresciuto intere generazioni.

Isteria collettiva?

Per i soli decessi delle maestre occorsi nel 2019 dovremmo porci urgentemente delle domande sulle molte questioni sollevate dai cosiddetti PMS. Ma per il fatto che siamo l’unico Paese occidentale con questo fenomeno, peraltro raddoppiato in un solo anno, occorre chiederci se non si tratti piuttosto di isteria collettiva. In fondo siamo il Paese di Rignano Flaminio, dei Diavoli della Bassa, di Bibbiano e chissà cos’altro. Magari è solo un “semplice” attacco alla categoria operato con sistemi – come detto – che non lasciano scampo a (quasi) nessuno. La cosa certa è che rimanere inerti ad assistere a questa tragedia non è da paese civile, non fa onore alle istituzioni e nemmeno ai sindacati e alle associazioni di categoria.

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