POSIZIONI DISALLINEATE DAL 41BIS: una recensione de “La Trappola Del Fuorigioco”

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Introduzione di Carlo Miccio

Ho conosciuto Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza grazie ad un loro invito a pranzo, ovviamente nella residenza speciale che non sono autorizzate ad abbandonare, la sezione femminile di massima sicurezza del carcere di Rebbibbia. Amici comuni avevano regalato loro una copia del mio romanzo, che gli era piaciuto al punto di voler conoscermi ed estendere un invito – previa autorizzazione di prammatica – da me ovviamente accolto subito.
Per me, che non ero mai entrato in un carcere, era l’occasione di vedere da vicino il grado più alto di un’istituzione totale, un concetto da cui – dopo aver letto Focault e Basaglia – mi riesce sempre difficile prescindere nell’analisi della realtà che mi circonda. Ma soprattutto, c’era la curiosità di scoprire da vicino che cosa del mio lavoro le avesse colpite così tanto: cinque donne che, arrivate tutte oltre la sessantina, hanno ormai trascorso la maggior parte delle loro vite in stato di detenzione, isolate dal resto della società in cui io vivo e ho scritto il mio romanzo. In che maniera, in quali dettagli, la mia storia risuonava e si riallacciava con le loro?

A quest’ultima domanda credo che la recensione che hanno accettato di scrivere per il Forum della Salute Mentale risponda in maniera più che esauriente, oltre ad avere il gran merito di fornire una definizione di fuorigioco (“quella posizione disallineata in cui ogni azione perde validità”) che è la più chirurgicamente precisa che io abbia mai sentito sia per quanto riguarda la regola ufficiale che per il senso stesso che ho voluto raccontare nel mio romanzo. D’altronde, è una recensione che nasce da una lettura collettiva del libro (una leggeva, le altre ascoltavano e insieme commentavano- con qualcuna più sapiente delle altre in materia calcistica a spiegare i dettagli più oscuri a livello pallonaro: un’immagine che non vi dico l’effetto che mi ha fatto, quando mi è stata raccontata).
Da parte mia, posso solo aggiungere di aver trascorso insieme a loro –  ed altri tre amici, come me ospiti privilegiati – una giornata di chiacchiere, risate e intensa umanità, consumando un pranzo magnifico preparato con le verdure dell’orto che coltivano quotidianamente con le loro mani: una giornata trascorsa al sole e condita dalla reciproca curiosità di conoscersi a vicenda, di scoprire dettagli delle vita altrui incomprensibili senza esperienza (per noi la vita al 41bis, per loro un mondo esterno fatto di social e telefonini), di godere intensamente di quel momento di condivisione che tutti sapevamo essere unico (anche se speriamo non irripetibile).
Per cui se io adesso sento di dover un ringraziamento a Susanna, Maria, Barbara, Rossella e Vincenza, non è solo per la calda e accorata recensione, né per lo splendido pranzo e le verdure dell’orto, ma piuttosto per averci accolto con la stessa disarmante umanità che loro attribuiscono al protagonista del mio romanzo.
Tutto il resto spero di poterglielo dire a voce, in maniera privata, appena sarà possibile.  Qualunque cosa “appena sarà possibile” significhi in regime di 41bis.

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POSIZIONI DISALLINEATE DAL 41BIS: una recensione de “La Trappola Del Fuorigioco”

Ai margini della realtà delle nostre città povere d’umanità, dove l’individualismo competitivo, anche il più feroce, avvelena le relazioni e i valori correnti, dove esiste una moltitudine di uomini, la cui condizione esistenziale è l’abbandono, la solitudine fino alla stigmatizzazione in quanto ultimi, il libro di Carlo Miccio non è solo di stringente attualità nel raccontare una vicenda di sradicamento delle strutture familiari e storico vitali originarie, nel materializzare gli esiti del fenomeno escludente di individui considerati inassimilabili, ma riesce a conciliare il lettore con la drammaticità delle piccole e grandi storie di esclusione che si susseguono, quando offre un protagonista che riesce a trasformare un’esperienza tragica in un processo di costruzione di consapevolezza civile, di responsabilità sociale e di coscienza di sé in rapporto agli altri.

La maturità che si coglie nel protagonista è quella che noi, che l’abbiamo incontrato, abbiamo ritrovato nell’autore e che pensiamo sia all’origine non solo della sua sensibilità umana, ma della sua capacità di dare forma letteraria e artistica ad un accaduto che, nella sua sostanza, può essere esemplificativo di tante altre vicende.

Siamo uscite da questa lettura con la percezione di una struttura narrativa costruita sulla complessità di fattori sociali, collocati nei momenti salienti della storia del nostro paese, dal dopoguerra, con l’immigrazione interna e le contraddizioni che ha prodotto, al boom economico con ciò che ha comportato in termini di progresso delle aspirazioni sociali, ma anche di feroce omologazione delle specificità e delle differenze di sviluppo, fino ai giorni nostri, con lo smottamento di tali aspirazioni.

La forza del romanzo a nostro giudizio sta proprio in questo, nella collocazione di una vicenda familiare nel suo contesto storico determinato, che rende i suoi tratti generalizzabili e perciò riconoscibili, così da farne una vicenda tipica, una sorta di prisma da cui leggere esperienze diverse, ma simili nella loro genesi socioeconomica.

Nel merito, la vicenda è quella di un bambino, poi giovane e infine adulto che matura anche nel rapporto che stabilisce con la problematica del disagio mentale di suo padre. Di tragica attualità sono i problemi che si trova a fronteggiare una famiglia che ha al suo interno una persona con disagio mentale, in ragione delle insufficienze delle istituzioni pubbliche a farsene carico e dell’isolamento sociale in cui tali situazioni cadono. In tal modo una famiglia, specie se proletaria, si ritrova facilmente soggetta alla disgregazione delle relazioni familiari non potendo, con le proprie risorse materiali e umane, far fronte alla cura e alla gestione della persona malata. In un simile contesto la storia individuale del protagonista colpisce per il coraggio con cui tra mille contraddizioni e disequilibri trova la strada per ricomporre, insieme al rapporto con il padre, le sue fratture interiori.

Quello che è di grande insegnamento in questo romanzo è come il protagonista giunga a sentire la necessità di capire cosa succede a suo padre e come con l’avvicinarsi a questa comprensione riesca a vincere le resistenze all’accettazione e a dimensionare le diffidenze e le paure che la malattia del padre sembravano aver suscitato. Infine, con dei salti di qualità nella crescita personale riesce ad accettare la realtà della malattia e dunque a ritrovare il papà perduto, che alla fine sarà amato nel modo più naturale e più vero. Nel momento in cui questo processo arriva a amaturazione, sembra quasi che il protagonista conquisti la serenità e si riappacifichi anche con la precarietà della sua vita affettiva e materiale fino a raggiungere lo spessore umano e spirituale che lo stesso autore possiede oggi.

Concluderemmo con il dire che abbiamo trovato veramente brillante la metafora calcistica utilizzata come espediente narrativo, non soltanto perché consente di dare un tocco di leggerezza ad una vicenda dolorosa, ma perché restituisce la visione dell’autore nel campo delle dinamiche sociali, sia per l’esistente che come prospettiva ideale. Senza millantare competenze che non abbiamo, ci verrebbe da dire che con il rimando alla regola del fuorigioco, ossia a quella posizione disallineata in cui ogni azione perde validità, l’autore abbia voluto restituire l’immagine di una condizione umana sociale in cui l’individuo nella sua fragilità viene spinto in un vicolo cieco, senza difese, in una trappola esistenziale. Al contempo, l’autore, può aver scelto di dare un respiro a questa condizione tragica ma realistica attraverso la metafora del calcio totale, che sublima il gioco di squadra, suggerendo in questo modo che solo in un’organizzazione sociale al servizio dell’interesse comune ogni individuo trova la sua collocazione, le sue motivazioni e realizza il suo valore.

Recensione di:

Susanna Berardi

Maria Cappello

Barbara Fabrizi

Rossella Lupo

Vincenza Vaccaro


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Fonte forumsalutementale.it

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