Pensione dopo l’addio a quota 100: le ipotesi in campo

Il pensionamento con quota 100 che ha riscosso tantissimo consenso tra i lavoratori che vogliono uscire prima della pensione di vecchiaia dal mondo del lavoro, ha una scadenza fissata: dopo il 31 dicembre 2021, infatti, la misura non potrà più essere utilizzata. Cosa accadrà, quindi, nel 2022, quando rimarranno in vigore solo possibilità di pensionamento che richiedono molti anni di età o, in alternativa, un gran numero di contributi versati?

Pensione dopo quota 100

La quota 100, dal 2019 al 2021 permette il pensionamento con 62 anni di età unitamente ad almeno 38 anni di contributi versati. Al termine della misura potrebbe crearsi, però, uno scalino non indifferente per il pensionamento: chi non raggiunge i requisiti anagrafici entro il 31 dicembre 2021, infatti, potrebbe trovarsi a dover lavorare anche 5 anni in più per accedere al pensionamento e il governo, entro la fine del 2020 dovrà prevedere una misura per evitarlo.

La proposta di Brambilla

Secondo Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali, la quota 100 è stato un flop ed ora c’è bisogno di una misura strutturale, che duri nel tempo e che sia un’alternativa valida alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi e alla pensione di vecchiaia con 67 anni di età. L’idea di Brambilla sarebbe quella di portare la quota 100 alla sua naturale scadenza per poi cercare di riformare il sistema previdenziale italiano una volta per tutte. L’esperto di previdenza propone la sua riforma ideale:

una misura che richieda 64 anni di età unitamente a 36/38 anni di contributi con ricalcolo interamente contributivo. Il ricalcolo abbasserebbe sensibilmente l’assegno pensionistico, ma di contro lascerebbe la scelta di un’uscita anticipata per chi non è nella possibilità di raggiungere l’anticipata ordinaria.

Unitamente a tale misura propone il blocco dell’aspettativa di vita bloccata per sempre per la pensione anticipata che richiederebbe 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne per sempre.

Pensione di garanzia di 630 euro per gli attuali giovani che riescono a maturare almeno 30 anni di contributi

Trattamento di casi di usuranti e gravosi con gli esuberi.

Le ipotesi della Gnecchi

Non solo Brambilla, ma anche Maria Luisa Gnecchi avanza la sua proposta sulla riforma previdenziale. Per l’ex deputata del PD, esperta di previdenza,  punta invece alla differenziazione per mansione e occupazione partendo dal presupposto che chi ha un lavoro faticoso non ha la stessa aspettativa di vita di un dirigente.

Anche lei punta ad una quota 100 rivista con 64 anni di età e 36 anni di contributi con ricalcolo contributivo. Ma il suo pensiero va anche a chi, come i nostri giovani, a causa delle carriere discontinue ai 36 anni di contributi non ha speranza di arrivare. Secondo la Gnecchi vanno pensate altre misure che garantiscano un’uscita anticipata anche a chi ha avuto carriere discontinue, o a chi, come le donne, la carriera l’hanno interrotta per la cura familiare. Dopo il balzo di 6 anni in più di lavoro per le donne, grazie alla legge Fornero, l’unica risposta  non penalizzante è stata l’Ape sociale poichè con l’opzione donna molte lavoratrici hanno dovuto rinunciare a una grossa fetta del proprio assegno pensionistico.

L’ipotesi di Marco Leonardi

Prima consigliere dei governi Renzi e Gentiloni, ora consigliere del ministro Gualtieri, anche Leonardi dice la sua in proposito chiedendo sicurezza per gli italiani grazie ad una riforma strutturale. Oltre al restyling di quota 100 (anche lui opta per un 64 +36) propone un rafforzamento dell’Ape sociale che permetta il pensionamento “a tutto il lavoro manuale, ai disoccupati espulsi dal lavoro in tarda età, ai disabili e assistenti di parenti non autosufficienti”. A quel punto, i lavoratori più fragili potrebbero uscire a 63 anni con 30 o 36 anni di contributi, a seconda dei casi. “Dobbiamo ripartire laddove M5S e Lega si fermarono nel 2018: la commissione sui lavori gravosi”.

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