Pellet di canapa: un caso di studio italiano

La canapa è un’ottimo materiale da biomassa, ed essendo una pianta annuale può diventare una fonte pressoché inesauribile di energia, che oltretutto migliora e purifica i terreni in cui viene coltivata. E’ questo il punto di partenza con il quale Marco De Francesco, dopo gli studi in Riassetto del territorio e tutela del paesaggio all’Università di Padova e mentre lavora alla Coldiretti di Verona, è riuscito a farsi finanziare uno studio nell’ottica di provare a produrre pellet di canapa per le stufe.

“Ho iniziato questa ricerca pensando che la canapa potesse essere una buona fonte di materiale per creare pellet. Ho quindi acquistato una macchina pellettatrice e con il canapulo di diverse granulometrie di 0,5 micron, 1 millimetro, 2,5 millimetri, e poi 5, 10 e 22 millimetri. Le ho poi testate tutte per produrre pellet”.

Dopo tutte le prove il pellet è stato testato nella stufa calcolando il tempo impiegato a bruciare, la temperatura dell’aria in uscita e la temperatura dei fumi in uscita. “Il pellet analizzato aveva un’umidità inizialmente bassa (misurata con un igrometro) intorno all’8% ed ho fatto prove portandola fino al 30%. Al pellet oggi in commercio vengono aggiunti degli additivi che sono: amido di mais, farina e dei coloranti che dovrebbero essere naturali. Ho provato ad inserire questi additivi ma per la canapa non funzionano. La pianta di canapa ha un alto tasso di umidità e produce una sostanza oleosa per cui il materiale è molto collante e fa già molte ceneri di suo: con la farina aumentavano in maniera spropositata”.

La trafila

La prima fase di ricerca è stata eseguita in un’officina meccanica con una stufa ed una pellettatrice acquistata da me. La seconda fase della ricerca, dopo aver individuato un prodotto fattibile, l’ho svolta in un’azienda con una pellettatrice professionale per calcolare con estrema precisione i dati del canapulo e del pellet. Il campione “G”, (nella foto sotto) insieme ad altri di riferimento, sono stati analizzati dall’Università di Padova con i risultati che mi attendevo: la canapa ha un ottimo potere calorifico, ma i problemi sono il livello di ceneri e soprattutto l’alta presenza di silicio. Nel settore del pellet l’alta presenza di silicio porta a materiali che in gergo tecnico vengono definiti “non scivolanti”. Il materiale interrompeva il processo di pressatura del canapulo distruggendo la trafila che è lo strumento che fa uscire il pellet del macchinario: solitamente dura per una produzione di tonnellate, con la canapa lo distruggevo con circa 100 chilogrammi di prodotto”.

Una ulteriore possibilità di studio sarebbe quella di analizzare varietà di canapa che assorbono meno silicio o che vengono coltivate in terreni meno ricchi di silicio, ma non è detto che la sperimentazione avrebbe successo.

“Il canapulo ha un ottimo potere calorifico (circa 5 kWh\kg) il contenuto di ceneri si aggira tra il 2,83, e il 3% troppo elevato per rientrare in una categoria di classificazione europea ( EnPlus A1 e A2 ), e la bassa resistenza meccanica non è correggibile con additivi o altre sostanze legnose (fibrose o granulose); fattibile la vendita come prodotto biologico, ma il costo eccessivo non giustifica la qualità. Il costo è nettamente più alto per colpa della manutenzione continua ai macchinari usati per creare il pellet: la presenza di silicio obbliga ad un continuo intervento.
Il miglior prodotto ottenuto è dato da una granulometria che va da 0,5 a 1,5mm di diametro ed un umidità pari a circa il 8,1% (il primo dato prevedibile, mentre il secondo dato è stato una vera sorpresa, in quanto solitamente la lignina non vetrifica se con umidità inferiore al 12%) proprio per questo ho “sprecato” parecchio tempo ad inserire acqua anziché eliminarla”.

Mario Catania
Fonte: dolcevitaonline.it

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