Non è estromettendo i maestri diplomati dalle GaE che si fermeranno i ricorsi. Lettera

Nel nostro Paese di legulei ed azzeccagarbugli si è assai distanti dal dura lex, sed lex ; la consistenza della norma è tale da poter soltanto essere paragonata ad un fluido o ad un materiale elastico pronto ad essere stiracchiato nella direzione che fa più comodo all’organo giudicante, il cui essere super partes appare spesso del tutto discutibile. I tempi della giustizia, inoltre, non sono umani ma geologici e fanno in modo che anche una sentenza “giusta” ma tardiva si trasformi in uno sberleffo per il cittadino.

Nel caso specifico le buone ragioni delle diplomate e dei diplomati magistrali consistono proprio nel fatto che una normativa poco chiara e tempi di ricorso molto lunghi abbiano alimentato e poi dato corpo a legittime speranze. Uno Stato serio avrebbe per tempo e con norme inequivocabili risolto la questione del valore abilitante del diploma magistrale conseguito prima del 2002; e non affermo che si dovevano “graziare” i possessori di quel titolo di studio, avvantaggiandoli indebitamente rispetto a chi stava, nel frattempo, seguendo un percorso universitario. Bisognava però dare alla faccenda un orientamento chiaro e mettere fuori dalle aule scolastiche in tempi brevi (non più di tre anni) tutti coloro che non fossero stati in grado di dimostrare, con modalità stabilite, l’ idoneità all’insegnamento.

Ecco, mi pare che la stessa accusa di tardività del ricorso, che è uno degli argomenti principi usati nella sentenza del Consiglio di Stato contro i ricorrenti, si debba ribaltare ed addebitare proprio al MIUR, che non è stato in grado di far a suo tempo sufficiente chiarezza e che è quindi il primo responsabile della gragnuola di ricorsi, poiché nessun ricorso si può dare senza falle nella normativa. Arrivati a questo punto, però, le ragioni stanno tutte dalla parte di lavoratori e lavoratrici che da anni, ormai, lavorano nella scuola. Si è letto di casi di persone che avrebbero avuto una cattedra senza mai aver insegnato prima: ebbene, li si individui e si stabilisca di verificare le loro capacità attraverso prove specifiche. Per tutti gli altri, per coloro che da anni si occupano dei nostri bambini, l’unica decisione giusta è quella di farli uscire dallo stato di precarietà lavorativa.

Se lo Stato li ha usati per anni a proprio comodo, adesso deve saldare il conto e finalmente dar loro un posto di lavoro certo. E non si parli di “merito”, non si parli di “giovani laureati preparatissimi”: stabilire qual sia la capacità di un insegnante è cosa spinosa, ma di certo l’esperienza conta ed è un punto di merito. In ogni caso, opporre insegnanti giovani e preparati ad insegnanti induriti e resi ottusi dall’età e dall’abitudinarietà è una sciocchezza inaccettabile, sostenibile soltanto da parte di chi la scuola la conosce per sentito dire. Quello che il nostro Paese deve fare – e urgentemente, se vuole salvare la scuola statale – è ridare dignità al lavoro dell’insegnante.

Perciò bisogna smetterla di parlare di “meritocrazia”, facendo intendere che soltanto una piccola parte di docenti sia in grado di far bene il proprio lavoro; se si premia il 25%, cosa ne facciamo del restante 75% di docenti avviliti e arrabbiati? Per ridare dignità bisogna ricompensare i docenti con uno stipendio equo, adeguato all’importanza del loro compito e non si deve far confluire gli insegnanti nella trista categoria dei “fannulloni”. Invece, negli ultimi due decenni i governi che si sono susseguiti non hanno fatto altro che peggiorare la dimensione lavorativa degli insegnanti: il blocco quasi decennale del CCNL ha reso ancora più bassi stipendi di per sé già bassi, la fisima della “meritocrazia” ha creato tensioni e scontento, la soluzione pasticciata del problema del precariato ha fatto nascere ulteriori polemiche, la riforma Fornero ha lasciato dietro la cattedra una quantità enorme di sessantenni, che ogni giorno devono confrontarsi con bambini e adolescenti. L’erosione della dignità del docente è un processo dannoso e continuativo, innescato ad arte proprio da chi dovrebbe tutelare e valorizzare la scuola statale.

L’ultima protesta, quelle delle maestre e dei maestri diplomati magistrali, è la ciliegina sulla torta (velenosa) del ministero Fedeli. Si ricordi, il ministro, che non dovrà invocare né il “merito” né la necessità di uscire dalla corrente infida dei ricorsi se deciderà di espellere dal loro posto di lavoro le maestre e i maestri diplomati. I ricorsi continueranno senz’altro; quanto al “merito” è argomento molto serio e complesso.

Chi è il bravo insegnante? Quello che ha accumulato master (magari a pagamento), quello che si è laureato ed ha seguito millanta corsi di aggiornamento o quello che è in grado di comunicare con i propri studenti e di trasmettere simpateticamente ciò che sa? Poiché l’argomento è complesso, mi limiterò ad un esempio. Mi raccontava un’amica che fa la dirigente di scuola materna della difficoltà che incontravano le pluri-specializzate insegnanti di sostegno nell’accudire i bimbi loro affidati. Alla mia richiesta di quali fossero i modi che le insegnanti usavano per intrattenere i bambini rispondeva che spesso queste leggevano ai bambini le “storie sociali”, consistenti in un susseguirsi di immagini che narravano una vicenda della quotidianità dall’inizio alla fine; “storie sociali” di cui, ai piccoli non importava assolutamente nulla. Ma quello era il protocollo che avevano appreso e quello applicavano! In compenso, un’operatrice (priva di laurea e diploma) era l’unica che riusciva a far sorridere una bimba gravemente handicappata. Mi pare un aneddoto estremo ma significativo: il mestiere dell’insegnare è complesso, esige sensibilità ed è piuttosto simile a quello dell’artigiano che non a quello dell’esperto “tecnico”.

Questo, però, ripeto, è un discorso molto lungo; mentre è immediatamente vero che restituire dignità al lavoro dei docenti non potrà che produrre effetti benefici su tutto il sistema. Si può iniziare lasciando, dignitosamente, al proprio posto le maestre ed i maestri che si vorrebbe spingere di nuovo nel gorgo della precarietà.

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