Nella scuola necessaria una rivoluzione copernicana. Lettera

Forum di Milano, 1980 e rotti iscritti, per 60 posti in Bicocca. Il ritratto che le voglio restituire non e’ solo quello incongruo per il ruolo che si desidera andare a ricoprire, di futuri docenti colti tra scopiazzamenti e smartphone accesi durante prove concorsuali. No, non mi dilungherei su questo, tanto già deprecabile quanto dato per scontato come un mantra “Eh ma siamo in Italia” o il blasonato e stantio “si può sempre fare ricorso”. Le voglio dire invece di un’ Italia, sfatta, mal vestita, sguaiata, strafottente, con tanta, tanta, ma tanta, fame di lavoro.

Altroche’ Sostegno!. Uomini e donne tra sessantenni che si riciclano, ma in verità alla ricerca di una “second” e perché no, “third choice” o addirittura “life”, primipare attempate e non, donne incinte al settimo mese di gravidanza, itp, 24 cfu, 36 mesi di servizio, ex fit, PAS, neolaureati e nonni che scarrozzavano e accudivano la neonata progenie con occhi fissi sbarrati al cielo, come aruspici rabdomanti nell’attesa di un segno, nella speranza di non dover mantenere anche questa discendenza sul gobbone…

Ecco ministro, ci vorrebbe una rivoluzione copernicana, non solo aprendo la stagione e liberalizzando concorsi abilitanti, ma, per partorire delle teste pensanti e non solo piene, peraltro dimostrato da secoli da filosofi in primis e a seguire da pedagogisti e psicologi dello sviluppo, ci vuole un’educazione che parta dal basso. Perché i nostri giovani siano seguiti da personale docente preparato e capace di presentare loro le sfide di un futuro “liquido” , per non avere una pletora di ragazzi alle scuole secondarie chini su stessi a rimirare la vita degli altri per mezzo del telefonino, per vedere rispettate le bellezze del nostro paese, per vedere accettate le famiglie più bisognose e incluse quelle con disabilità, per condividere che la giustizia e’ si un diritto uguale per tutti, per nutrire i nostri figli di speranze non vane, ci vogliono valori da trasmettere, etica, morale, in una sola parola, ci vuole “paideia”, tradotto, educazione, cultura.

Virtuosi non si nasce, si diventa con sforzo critico e impegno. I bambini delle elementari oltre alle due ore alla settimana di religione, potrebbero essere stimolati, educati, in ore di potenziamento di filosofia oltre alla rinnovata proposta dell’ educazione civica, promuovendo un effettivo percorso di crescita metacognitiva e impiegando personale specializzato in esubero.

“Imparare ad imparare” non deve rimanere solo una casella delle competenze da spuntare secondo quanto indicano le Raccomandazioni europee. La scuola e’ tenuta a certificarle nell’ottica di un quadro di criteri che sottendono lo sviluppo dell’individuo nella sua complessita’, non per manlevarsi dall’ennesima noia burocratica, ma “sentendo” veramente la funzione formativa a cui e’ chiamata a rispondere, alzando la palla a quella istruttiva.

Saper valorizzare le persone, cavandone i potenziali deve diventare prerogativa di uno Stato che guarda avanti. Per evitare, da docente lo vivo tutti i giorni, di trovarsi davanti ad un’ impasse paradossale, quando, nel cercare di far “rivivere”valori, alimentare sogni, incitare alla scoperta, constatato, invece, volti rassegnati di giovani sfiduciati. Qui la posta in gioco e’ alta, il rischio oramai nullo.

Peggio di così, non e’ possibile. Quante coscienze puramente “gettate” al mondo come diceva un mai scontato Heidegger. Sono necessari invece giovani diversi, interessati a capire e muoversi in spazi temporali veloci, con il desiderio di mettersi in gioco in maniera rispettosa e appassionata, pronti a difendere le proprie idee ma anche l’ambiente e la società multiculturale in cui devono e dovranno fare i conti. Per vederli un domani divenire “efficaceMente” cittadini globali, sobri, solidali, dritti, capaci nell’intercettare e rispondere ai bisogni di un mondo che sarà via via sempre più articolato.

Per non vedere più quei numeri, quel 30% di disoccupazione giovanile, quella landa desolata di alessitimia e atarassia che dilaga, che fa tanto male, per chi, come me, pur attraversandola, crede ancora nel miraggio.

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