Modelli educativi: la buona scuola del 2015 vs TU 297/94. Lettera

Le seguenti questioni sono il fondamento della conflittualità:
Controllare i risultati o i processi?

Chi controlla i risultati considera l’ambiente di produzione come una scatola nera: gli esiti dei lavori sono il suo solo interesse.
E’ d’inaudita gravità, non solo in questo contesto, il fatto che il legislatore non sia stato in grado di definire correttamente i risultati attesi: evidentemente non conosce il significato di “obiettivi formativi prioritari” [CFR comma 7 della legge 107/2015].

Per focalizzare i processi si deve possedere una visione d’insieme dell’attività lavorativa e, se si condivide la strategia [efficacia], si può intervenire per ottimizzarne l’efficienza.
Società statica o società che evolve imprevedibilmente?
L’ossatura della buona scuola è la trasmissione delle conoscenze. La titolazione della legge lo dichiara: il servizio scolastico è orientato all’istruzione. Alla radice di tale decisione è da collocare la certezza degli assunti dell’ambiente di riferimento.

L’esplosione delle conoscenze e la loro inimmaginabile evoluzione hanno guidato gli estensori dei decreti delegati del 74. Per fronteggiare tali eventi è stato posto a fondamento del servizio scolastico lo sviluppo e il potenziamento delle capacità dei giovani. Essi devono essere in grado di interagire positivamente con ambienti ignoti.
L’educazione è la finalità del sistema.

L’attività scolastica é semplice o complessa?
La dimensione del problema ha generato il dilemma.
La buona scuola vede il servizio scolastico frazionato nei diversi insegnamenti e lo semplifica. I singoli docenti, se meritevoli, saranno premiati.

La complessità del problema è stata abbattuta nel 1974, seguendo un procedendo che avanza per successive approssimazioni:
• Inizialmente è stato affrontato il rapporto scuola società (aspetto formativo) con l’elencazione delle prestazioni che gli studenti devono fornire al termine dei loro itinerari scolastici;
• Le prestazioni individuate danno accesso alla “programmazione dell’azione educativa”:
1) Si esplicitano le capacità che gli studenti devono sviluppare, espresse in funzione della loro osservabilità;
2) Si formulano e si gestiscono ipotesi per il loro conseguimento;
3) Si valutano gli esiti e si gestisce il feed-back;
• Le ipotesi di lavoro sono rielaborate per adattarle alla specificità degli studenti delle singole classi; sono specificati i traguardi cui, nel breve periodo, tutti gli insegnamenti devono mirare;
• Chiude la scomposizione il momento esecutivo che consiste nella progettazione e nella gestione di “occasioni d’apprendimento”. Queste sono finalizzate sia alla conquista dei traguardi comuni, sia alla proposizione di una corretta immagine della disciplina.

La struttura decisionale dev’essere gerarchica o collegiale?
Il modello organizzativo lineare è struttura rigida, idoneo a dominare situazioni semplici e di facile governo.
L’aver orientato il sistema scolastico all’educazione implica il coinvolgimento di una pluralità di competenze: è da dominare un compito di smisurata ampiezza.
L’intricata situazione richiede una struttura decisionale idonea: le funzioni e i compiti sono da incrociare: il sistema deve essere dotato di meccanismi d’autoregolazione.

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