Maturità, nuovo colloquio svela sfiducia verso i docenti e idea superficiale di cultura. Lettera

Il primo giorno le/gli insegnanti si riuniscono nell’incontro preliminare, in preparazione delle prove scritte e orali. Quest’anno ci sono alcune novità, introdotte per decreto nel 2017 dal governo Gentiloni e convertite in legge nel 2018. (Cambiare la scuola con lo strumento del decreto significa evitare la discussione parlamentare e introdurre modifiche parziali con carattere di urgenza.)

La prima prova d’esame è mercoledì, italiano; il secondo scritto è previsto giovedì. Per l’Istituto professionale si tratta di un saggio che comprende due discipline, psicologia e igiene. La terza prova scritta è stata sostituita – non cancellata – da un altro compito scritto. Provo a spiegare: solo dopo aver ricevuto il compito dal Ministero, le insegnanti elaborano quesiti scritti “che per gli istituti professionali hanno carattere pratico” (figura retorica: ossimoro).

La nostra commissione ha scelto di convocare le studentesse un terzo giorno, venerdì, per questa prova: le nuove regole ci impongono di non preparare prima i quesiti di questa seconda parte, ma di redigerli il giorno stesso dell’esame.

Dopo le prove scritte, la parte orale dell’esame inizierà attraverso il sorteggio di una busta, predi-sposta dalla commissione, che contiene un argomento a partire dal quale la studentessa dovrà esporre e collegare le sue conoscenze delle diverse discipline. Gli esperti del Ministero specificano che il tema di avvio del colloquio non deve essere noto alla candidata.

Quindi le mie studentesse dovranno parlare, per un tempo di circa mezz’ora, a partire da un argomento che viene loro comunicato al momento, davanti a otto insegnanti. Chiediamo loro di improvvisare un discorso con collegamenti, calcoli, leggi, riferimenti, in lingue diverse, senza sapere prima di che cosa dovranno parlare.

Io insegno da 35 anni, a studenti di tutte le età, ho fatto l’università e sono dottora di ricerca: sarei in grado di parlare mezz’ora di un argomento non noto con riferimenti pluridisciplinari?

Come farei, senza studiare in anticipo, senza riflettere per costruire eventuali collegamenti, senza verificare con precisione i riferimenti?

La forma del nuovo esame di stato assomiglia ai format televisivi: buste da aprire, discorsi improvvisati, che tengono insieme in modo estemporaneo informazioni disparate.

La Presidente della mia commissione ci spiega che durante il colloquio d’esame una tra le insegnanti dovrà fare la regista: forse che la studentessa è la protagonista di uno spettacolo di improvvisazione? (Come nella musica, mi dice un’amica insegnante e musicista: però l’improvvisazione è dono di pochi esseri geniali, che hanno speso una vita a studiare e che hanno un talento. Altrimenti diventa un rap di pessima qualità, con le parole che per fare rima perdono senso.)

Cerco la logica di queste modifiche, proposte e approvate con carattere di urgenza dal nuovo governo. Mi sembra che la scelta dell’improvvisazione corrisponda ad un’idea contemporanea di sapere, declinata in competenze e abilità: è importante essere capaci di imbastire un discorso fluente, cercando collegamenti estemporanei, senza approfondirne la validità.

Dobbiamo essere pronte a tutto, senza saperlo prima, e dimostrare con nonchalance di sapercela cavare.
O forse la logica delle buste sorteggiate e delle domande che devono essere redatte dell’ultimo momento obbedisce all’imperativo di evitare i favoritismi.

Dunque dietro c’è l’idea che le insegnanti che celebrano l’esame di maturità agiscono con finalità truffaldine, per licenziare studenti incompetenti o per bocciare i meritevoli. Quindi cambiare la forma dell’esame di stato per evitare favoritismi, viene da una forte sfiducia verso l’esame, la scuola pubblica, le istituzioni dello stato e verso noi insegnanti che lo rappresentiamo. E’ successo recentemente anche in altre istituzioni importanti dello Stato: meglio sorteggiare una busta, invece di scegliere con oculatezza, perché siamo tutte/i corrotte/i e in ogni scelta c’è il rischio, o forse la certezza, della disonestà.

Queste modifiche non necessarie alla scuola, che costano tempo e lavoro inutile, mi infastidiscono; ma le logiche che le hanno prodotte mi inquietano, perché indicano direzioni ideologiche e politiche pericolose.

C’è l’idea di una cultura che non ha bisogno di preparazione, di studio, di riflessione. E c’è la sfiducia nelle nostre istituzioni e in noi che ci lavoriamo, l’erosione del valore della scuola pubblica attraverso la sua svalutazione.

Domani sarò di nuovo in commissione, con le mie colleghe e le mie studentesse: per me il difficile dell’esame sarà non farmi distrarre da tanta superficialità e sfiducia, per continuare con convinzione il mio, il nostro, importante lavoro educativo.

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Fonte Orizzonte Scuola

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