Ma l’insegnante-capra dev’essere per forza un precario? Non potrebbe essere uno di ruolo? Lettera

Ogni anno l’arrivo delle e-mails contenenti proposte di assunzione da parte delle varie scuole sono per me fonte di grande ansia nel disperato tentativo di evitare quanto successo 4 anni fa…
Mi viene assegnata una cattedra su posto vacante di Lettere in una scuola media. Sono felice perché finalmente cessa l’epoca delle supplenze brevi e dei passaggi da una scuola all’altra nel corso dello stesso anno. Ma le supplenze, essendo sostituzioni di insegnanti di ruolo assenti per malattia, sono sempre dignitose. I posti vacanti invece…
Giunta nel plesso… sorpresa!!! Il responsabile mi consegna l’orario: 4 ore di mensa (scopro poi che il tavolo da pranzo degli insegnanti ha un’insegna invisibile: “Tavolo precari”), 3 ore di alternativa alla religione (che quasi sempre verranno cancellate per dare priorità alle supplenze giornaliere), sorveglianza ad un laboratorio pomeridiano gestito dai genitori e qualche ora di storia e geografia. Non sono degna di insegnare italiano, la materia da me più amata e quella che più permette di instaurare un rapporto con la classe, di conoscere gli alunni.
Chiedo il motivo di un orario tanto degradante che prevede persino tre ore buche nella mattina del giovedì con entrata alle 08.00 e uscita alle 16.00. Mi si risponde: “Italiano è la materia più importante e quindi è stato messo al sicuro nell’orario degli insegnanti conosciuti e presenti fin dall’inizio… perché il precario che arriva potrebbe anche essere una capra. Non hai mai conosciuto una capra?”
Ma l’insegnante-capra dev’essere per forza un precario? Non potrebbe essere uno di ruolo? – questo chiedo ai dirigenti e a chi appoggia tali pensieri condividendo la realizzazione di tali cattedre e sostenendo che non sono frutto di cattiveria bensì di ottime ragioni. Vogliamo renderci conto di chi sono i precari oggi, almeno gli abilitati? Sono persone che fanno gavetta da anni, talvolta decenni, che hanno frequentato corsi universitari e sostenuto molti più esami di chi ha vinto un concorso venti anni fa e si sente superiore soltanto perché parla comodamente adagiato sul trono di un posto di ruolo, posto ottenuto con minor fatica di quanta ne ho spesa io per un contratto a tempo determinato.
Comunque tale esperienza lavorativa mi ha segnato perché, per l’intero anno scolastico, mi sono sentita davvero una capra ogni volta che incontravo chi sapevo aver dato vita a quell’orario umiliante.
Purtroppo, però, non è stato un caso isolato e irripetibile. Il rischio di riavere una cattedra simile è sempre in agguato, infatti lo scorso anno ho evitato per un soffio un incarico composto soltanto da ore di geografia in 9 classi diverse. E la cosa peggiore è che la dirigenza che propende per scelte improntate a negare a priori fiducia a chi giunge per ultimo senza averne colpa non ha il coraggio di dichiararlo apertamente al momento della proposta in modo che si possa avere coscienza di ciò che ci aspetta o rifiutare per accettare altra proposta più dignitosa. Se hai il coraggio di tirare il sasso, perché poi non hai almeno il coraggio di non nascondere la mano?

Stefania Ferrari

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