L’ultimo libro di Massimo Cacciari sugli umanisti: una riflessione antropologica militante che ci aiuta a leggere il presente

Che cosa rappresentano gli studia humanitatis per gli uomini vissuti alla fine del Medioevo? Qual è il progetto culturale che essi vagheggiano? Che tipo di relazione instaurano col passato e con gli uomini esemplari le cui opere vanno emergendo come epifania e suggello di un rapporto mai davvero interrotto?

È a Dante che lo studioso riconosce il ruolo di ecista, è a Dante che si deve la fondazione della filologia filosofica che permeerà e informerà di sé tutte le opere capitali di Lorenzo Valla, di Leon Battista Alberti, di Pomponazzi, di Pico, e che sarà il vero tramite per la diffusione delle loro idee come linfa vitale all’Europa moderna e contemporanea.

Fatti linguistici in primo piano, dunque, così da non far perdere mai di vista che lo sgretolamento di una civiltà si avverte clamorosamente e tempestivamente nelle fratture e nei corto circuiti della sua lingua. Si ravvisa nel ‘De vulgari eloquentia’ la pietra miliare, il primo inizio di questo programma di ‘soccorso’: il ‘sermo humilis’ elegge il latino – alla cui grammatica, ‘dignitas’ e ‘suavitas’ guarda con ammirazione – a vera e propria ‘matrice’ in grado di aiutarlo e dare forma a pensieri profondi, a vette inaspettate del pensiero umano, a una precisa volontà artistica, sfuggendo finalmente alle imprecisioni e alle fluttuazioni tipiche di un idioma non codificato in una struttura teorica complessa quale altrimenti sarebbe stato.

Insieme alla lingua, l’altro assillo degli intellettuali tra Quattro e Cinquecento è la filosofia (la iunctura ‘filologia filosofica’ parla chiaro…), che finalmente può prendersi una rivincita di fronte al grande scacco del pensiero antico, a quell’etica esclusivamente e rigidamente intellettualistica che mai avrebbe potuto condurre alla felicità piena, all’ ‘eudaimonìa’, dal momento che “non vi è felicità nella mera coerenza dell’agire a imperativi razionali” (p. 70). É per questo che l’occhio di Leon Battista Alberti e di Leonardo non restano fissi sull’uomo, ma procedono a un rigoroso scandaglio della realtà, gettando le basi della tecnologia e della scienza moderne.

Riccamente commentato l’apparato iconografico che chiude il volume, un percorso che illustra la tensione vitale dell’Umanesimo tra parola e immagine e in cui l’uomo si riscopre come un ‘complexio oppositorum’, una summa di opposti che gli strumenti razionali, il logos in primo luogo, avrebbero l’ambizione di riordinare per la progettazione di un futuro armonico e scevro da tensioni distruttive.

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