Lingua italiana, persa nei meandri dell’indifferenza e dell’ignoranza dilagante! Lettera

L’italiano, quella quarta lingua più parlata nel mondo, da far invidia alle lingue parlate nel mondo, chi la conosce più, chi la scrive più, chi pronuncia più le sue parole.

L’italiano, è doloroso dirlo e ammetterlo, è diventata una lingua straniera. La conoscono, l’apprezzano, la studiano, la parlano, la scrivono meglio gli studenti e i cittadini dei Paesi europei ed extraeuropei che gli italiani stessi. E noi italiani la disprezziamo, la nostra lingua, la volgarizziamo, la offendiamo nello scritto e nell’orale non conoscendo più la grammatica, la sintassi della frase semplice e del periodo, la consecutio temporum e non sapendo nemmeno bene la dizione delle nostre parole, pronunciando male i vocaboli (quasi stroppiandoli e rendendoli obbrobrioso all’ascolto).

Ecco come siamo ridotti e purtroppo un popolo di madre lingua italiana. No, non lo siamo affatto: anzi lo abbiamo dimenticato e volutamente sepolto nell’oblio, nell’oscurità delle tenebre, nella più becera ignoranza. E sull’altare delle lingue europee ed extraeuropee abbiamo immolato la lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni etc. per innalzare sul trono la lingua inglese e abbiamo introdotto nel nostro vocabolario numerosi termini della lingua e della cultura anglosassone. Ma noi per troppi vizi e poche virtù siamo così, cioè pensiamo che l’erba del vicino sia sempre più verde.

Per far trionfare l’inglese (con tutto il rispetto per il Regno Unito) abbiamo ucciso la lingua italiana, la nostra storia, la nostra identità, la nostra tradizione letteraria che tutti gli Stati del mondo hanno sempre lodato ed ammirato. E a lanciare l’allarme sull’utilizzo scriteriato della terminologia inglese nella lingua italiana è stata la benemerita Accademia della Crusca che si è detta preoccupata sul dilagante fenomeno dell’anglofonia. Siamo diventati, ahimè e nostro malgrado, un popolo di anglofoni esasperati a tutti gli effetti. Parole come tutor, problemsolving, full immersion ormai abbondano negli atti della Pubblica Amministrazione e in tutti gli atti ufficiali del MIUR, anche se questi ultimi conoscono bene la grave situazione in cui versa la scuola italiana relativamente alle competenze linguistiche degli studenti.

Si sforzino, pertanto di utilizzare la lingua italiana correttamente invece di utilizzare vocaboli che devono essere presi in prestito da altre lingue. Per di più il linguaggio utilizzato dal Ministero dell’Istruzione si conferma sempre più criptico e inficiato di burocratese dal momento che sovente il MIUR utilizza tanti giri di parole nell’esplicitare concetti che potrebbero essere più chiari ai comuni mortali.

Con l’anglofonia il MIUR cerca, sovente, di utilizzare un linguaggio dove la chiarezza, l’immediatezza del registro linguistico, la semplicità vanno a farsi benedire in virtù di un linguaggio contorto, burocratizzato e ricco di circonlocuzioni che non fanno altro che confondere le idee con il preciso obiettivo di non far capire alcunchè. Tutto ciò con la conseguenza che i docenti devono scervellarsi per interpretare le norme ministeriali dando adito alle interpretazioni più disparate.

Quindi meglio lasciare le cose nel dubbio e nell’incertezza che essere chiari! Anche il linguista Manlio Cortellazzo, docente di Storia della Lingua Italiana all’Università di Padova e autore assieme a Paolo Zolli di un pregevole dizionario etimologico della lingua italiana è intervenuto sulla questione sottolineando più volte sia la natura del linguaggio oscuro e arzigogolato del Ministero dell’Istruzione e sia sul problema relativo all’abuso delle parole anglosassoni nei manuali di didattica e negli atti pubblici del Ministero.

Appropriarsi dell’uso della lingua nazionale, in un tempo di impoverimento strutturale delle conoscenze e delle regole della grammatica e della sintassi della lingua italiana rappresenta un orgoglio e un vanto che promuove l’identità di una Nazione che sta andando a briglia sciolta. Con questo, non si vuol dire che lo studio e l’uso delle lingue straniere in un Paese come l’Italia, Stato fondatore dell’Unione Europea non deve essere affrontato, ma vuole essere un segnale di attenzione all’utilizzo più funzionale della lingua italiana in tutti i contesti della vita politica, sociale ed economica del nostro Paese.

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