Licei brevi e ingegneri sprovveduti

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È esattamente questo che ci fa rabbrividire nell’apprendere dalla stampa che la ministra Fedeli ha ripreso l’idea di un “liceo breve”, che ne allarga la sperimentazione a cento scuole mantenendo obiettivi e esame finale identici a quelli del quinquennio. Vorremmo far sommessamente notare alla ministra che tali scuole esistono già, e da tempo: sono i cosiddetti “diplomifici” che, in cambio di cospicue somme di denaro, permettono di ridurre a piacere la durata degli studi superiori. Ecco, il nostro timore è che quella classe sperimentale avviata dalle scuole che aderiranno alla proposta sarà qualcosa del genere, benché capovolto: soltanto gli/le studenti più capaci potranno abbreviare il percorso scolastico, sottoponendosi a un bombardamento intensivo di pure nozioni. Infatti chiunque abbia un minimo di pratica di insegnamento sa molto bene una cosa: la didattica laboratoriale, suggerita come la formula magica per operare il miracolo, richiede principalmente una cosa, tempo.
Vogliamo che i nostri studenti e le nostre studentesse si diplomino a 18 anni, come gran parte dei loro coetanei europei? Non ci sembra una priorità, ma possiamo anche accogliere la richiesta. Però questo implica una completa e meditata revisione dei cicli, in un confronto nazionale che veda protagoniste le associazioni disciplinari e professionali, non un taglio secco di un anno di scuola superiore basato su un concorso di idee delle singole scuole. Oltretutto, a quanto lasciano trapelare le indiscrezioni giornalistiche, ampliando l’offerta formativa a nuove discipline e mantenendo inalterato il folle monte ore dell’”alternanza scuola lavoro”, che – in spregio alle richieste delle associazioni studentesche, cioè di coloro che sono direttamente interessati/e da tali provvedimenti – sarà svolta in estate o durante le vacanze natalizie e pasquali. Dunque, nessun tempo per sedimentare gli apprendimenti, per fare esperienze extrascolastiche, per perdersi dentro i libri autonomamente scelti… Una corsa di quattro anni a chi si toglie prima di torno questo fastidioso periodo di formazione e di crescita intellettuale e culturale, di sviluppo delle capacità critiche, che tanto è meglio non avere, per arrivare primi al traguardo di un asfittico mondo del lavoro che predilige basse competenze da remunerare con altrettanto bassi salari. Con buona pace della crescita basata sulla conoscenza e sulla valorizzazione dell’istruzione e della ricerca di cui si parla da Lisbona in avanti. È così che pensiamo di realizzare gli obiettivi di UE 2020?

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