L’esame di Stato e l’esame del boscaiolo

Misurato e cauto nei giudizi all’epoca della dirigenza, ora che è in pensione dice quel che pensa senza filtrare o dosare le parole. Nel corso dell’ultima conversazione discutiamo della prova orale di terza media.

“Che pensi dell’esame del boscaiolo?” – mi domanda, insinuante e provocatorio. Il tono cinico e beffardo si percepisce chiaramente dall’altro capo del telefono.

“Che intendi dire?” – chiedo chiarimenti.

“Vedi, Francesco, alla fine degli anni ’80 – tu non lo ricordi perché eri piccolo – moltissimi si presentavano come candidati privatisti per ottenere la licenza media. Era gente che per motivi vari aveva bisogno del cosiddetto pezzo di carta. La commissione esaminatrice, comprensiva e desiderosa di dare una mano, evitava in ogni modo domande di contenuto sulle varie discipline – il candidato non avrebbe certamente saputo rispondere – e il più delle volte indirizzava il colloquio su interessi o esperienze di vita o di lavoro del candidato stesso. Se per esempio capitava un muratore, gli si faceva raccontare come si costruisce un muro. Una volta a un boscaiolo domandammo come procedere al taglio di un albero.

Ecco, sembrerebbe che il nuovo esame di terza media voglia estendere questo «esame del boscaiolo» a tutti. Mi spiego meglio: una volta questo tipo di prova era una facilitazione, un chiudere un occhio, un aiutare chi era in difficoltà. Ora da eccezione diventa regola e tutti i candidati sosterranno la prova del boscaiolo. Che ne pensi? Non è forse un ulteriore abbassamento del livello della scuola italiana?”.

“Caro amico, non saprei dirti se il nuovo esame di terza media possa essere definito «del boscaiolo», come tu sostieni. Confesso di avere ancora qualche dubbio su come vada condotto il colloquio orale e sono abituato a dare un giudizio solo dopo aver capito e messo alla prova. Studierò bene la normativa, approfondirò, sperimenterò. Poi, forse, ti saprò dire. Allo stato mi sento di sospendere il giudizio.

Quanto all’abbassamento del livello di istruzione, concordo, sebbene a malincuore, su quanto sostieni. Non sono un laudator temporis acti, ma parlo con dati alla mano: fino a poco tempo fa nei licei le versioni dei compiti in classe erano molto spesso dall’italiano al latino, ora quasi esclusivamente dal latino all’italiano; prima i versi si leggevano in metrica, al giorno d’oggi questo insegnamento, forse perché ritenuto troppo difficile, è relegato al solo liceo classico, dove esametro e pentametro si studiano solo in linea teorica (definizione, usi ecc.). Prova a entrare in un’aula di liceo classico e a chiedere agli studenti di scandire un esametro dell’Eneide. In quanti sanno farlo?

Ma lasciando perdere tutto ciò ritengo sia prioritario sottolineare un altro aspetto: il continuo cambiare le “regole del gioco” nella scuola italiana (esami di terza media, esami di maturità, reclutamento degli insegnanti e quant’altro) denuncia idee poco chiare – confuse, diciamolo pure – e soprattutto mancanza di serie, meditate e lungimiranti linee di intervento. Che ne pensi?”.

Il tono della mia domanda, a differenza di quello del mio amico, non è né cinico né beffardo, ma tradisce un profondo dispiacere, quello di chi constata che negli anni non c’è stata – e tuttora non c’è – la volontà di riformare la scuola pubblica italiana in aspetti sostanziali e non di sola facciata.

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