Le regole e i bisogni

sandersNel mese di maggio ‘95 i seminari del Centro studi salute mentale videro un affollato e appassionato pubblico attento alla discussione su aspetti peculiari del pensiero di Franco Basaglia. Pier Aldo Rovatti e un gruppo di giovani filosofi presentarono saggi e analisi sui testi ricchi di suggestioni. Riproponiamo qui un breve scritto di Franco Rotelli che presentò nel corso di quei seminari: l’attualità di Basaglia in ordine a questioni concrete dell’oggi.

Sono passati 40 anni dalla sua morte. L’anno che è appena cominciato vedrà dovunque eventi e memoriali basagliani.

La cosa non può che alimentare orgoglio del vasto mondo di donne e uomini cui apparteniamo. Cominciamo qui con la riflessione di Rotelli del ’95 a ospitare testi, saggi e testimonianze.


Le regole e i bisogni

di Franco Rotelli (1995)

A poche settimane di distanza dall’approvazione della Legge 180, che sanciva la fine dei manicomi, Basaglia, angosciato dalla consapevolezza delle reali conseguenze di quella legge, intervistava i politici dell’epoca. La domanda era: ma vi rendete conto di quello che avete fatto? E cosa intendete fare ora per realizzare una legge così radicale (creare i servizi necessari)? Le risposte sono tutte da riascoltare. Imbarazzo, stolidità, vacuità, parole a vuoto, incompetenze.

Da allora in poi la 180 fu chiamata legge Basaglia e a lui fu affidato dai media il carico derivante dalla totale irresponsabilità dei politici e degli amministratori, che seguirono negli anni. Ministri di grande prestigio, amministratori di USL interessati solo ad approfittare dei denari risparmiati dalla psichiatria, funzionari regionali interessati a riciclare questi soldi per inutili ospedali (e per l’allestimento di reparti di psichiatria negli ospedali generali). Tutto il ciarpame che ha amministrato lo sfascio della riforma sanitaria in Italia in questi vent’anni.

Morendo Basaglia ci ha lasciato in eredità il compito di agire nonostante tutto, di mantenere alto il concetto di responsabilità del tecnico nonostante tutto. Io credo che l’abbiamo fatto. Almeno qui a Trieste.

Ma è proprio perché l’abbiamo fatto e perché si sa che l’abbiamo fatto che oggi a fronte di una nuova riforma sanitaria vorremmo ripetere le domande che Basaglia fece ai politici del tempo. Con quali uomini, con quali regole, con quali mezzi intendete realizzare questa nuova riforma? Chiudere ospedali, territorializzare assistenza, imprenditorializzare la Sanità? Ben venga. Ma con chi, con quali priorità, con quali funzionari, con quali medici, con quali risorse? Con i medesimi apparati che non hanno funzionato in questi anni? Con il medesimo burocratismo che ha distrutto risorse umane infinite in questi anni? Con gli stessi dirigenti? Con aziende sanitarie che per ogni minima scelta chiedono parere alla Regione? Salvo poi non realizzare gli obiettivi prioritari generali. Con una Regione che impiega due anni a scrivere un regolamento? Con funzionari terrorizzati dalla sindrome Di Pietro? Ci si rende conto dello smisurato uso reazionario che si sta facendo di mani pulite? Con magistrati che perdono tempo a far inquisizioni sulle ore straordinarie o su quel che la gente si è detta a cena? Con sindacati corporativi che svolgono poco più che un ruolo di delazione? Con ventimila miliardi in meno? Le riforme sono trappole mortali in Italia. Da anni sono lo strumento per distruggere energie e risorse in una forbice affilata tra idee e zelo da un lato e macchina burocratica dall’altro. E così si tagliano per sempre speranze, fiducia, ottimismo, voglia di fare e vivere in una società civile distrutta da amare esperienze.

Scetticismo, cinismo, morte della cultura dell’innovazione e del cambiamento, carriere, opportunismo, isolamento, ottusità, falsi progetti.

La sanità regionale (e italiana) è a un bivio: o troverà tecnici che accetteranno il rischio amministrando, scegliendo, decidendo, agendo in tempo reale tutto ciò che è possibile agire in tempo reale, deistituzionalizzando oppure finirà la sanità pubblica in Italia. Il problema sono le risorse umane. Il problema non è la pianificazione dei numeri ma la valorizzazione delle esperienze innovative, qui e ora.

La questione è: le istituzioni servono a valorizzare la gente o a distruggerla? Le regole servono a innovare o a impedire? Lo stato animatore (di energie, risorse, opportunità) è un sogno o qualcosa che tutti possiamo costruire? Finalmente costruire? Che cos’è (cosa è stata) la deistituzionalizzazione (vera) se non rovesciare il rapporto perverso tra regole e bisogni? Che cos’è il dovere del tecnico se non il suo schierarsi sempre, costi quel che costi, dalla parte dei bisogni? Cos’è stato Basaglia se non un uomo che tra regole e bisogni ha avuto il coraggio di scegliere sempre i secondi? Ma quanti sono disposti a piegare le regole ai bisogni, e quanti invece non fanno nel loro tempo che piegare i bisogni alle regole?

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Fonte forumsalutementale.it

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