L’autonomia ad usum delphini. Lettera

E la pretesa appare ancora più irragionevole se si tiene conto dei risultati deludenti conseguiti dalle regioni nel corso della loro vita autonoma.

Senza voler fare l’elenco delle negatività del loro operato che hanno spinto il nostro Paese negli steps europei più umilianti, è sufficiente ricordare che l’autonomia regionale è servita quasi esclusivamente a moltiplicare i feudi politici, i centri di potere e di spesa alimentando le occasioni di sperpero, corruzione, truffe, oltre che di favoritismo, clientelismo e di imbrogli, come raccontano le cronache giudiziarie di ogni giorno.

Anche l’autonomia scolastica, tanta voluta e decantata come strumento taumaturgico di soluzione delle antiche criticità scolastiche, ha risentito di pari passo del vento autonomistico della politica imitandone usi e (mal)costumi. A distanza di un ventennio si tocca un bilancio sconfortante al netto di qualche isola di efficienza createsi più per concomitanza di elementi occasionali favorevoli che per puro merito.

Si è dato sfogo alla voglia di protagonismo e di potere alla dirigenza più che alla docenza, è stato speso fiume di denaro pubblico per attivare corsi, progetti e attività di trastullo di dubbia valenza formativa. E’ stato istituito un coacervo di organi, organini , organetti, dipartimenti, commissioni, teams, gruppi orizzontali verticali, obliqui, direzionali e multitasking che hanno generato tonnellate di carte verbose, ripetitive e disorientanti.

E poiché a scuola nessuno è fesso, si è seguito il principio “ad usum delphini”, ossia, la scuola, utilizzando la sua fettina di autonomia, ha cercato di attrezzarsi e di organizzarsi a sua immagine e somiglianza: si è impegnata a costruire ponti, ponticelli, viadotti vacanzieri; ha ottimizzato la settimana corta dando dignità al weekend concentrando materie, ore di lezione, attività integrative , corsi e compiti a casa in 5 gg avvilendo la vitalità degli allievi, provocando insofferenza allo studio, limitando la resistenza intellettiva e attentiva e creando occasioni di conflitto. Hanno formato mega istituti tra loro diversi e poco gestibili, hanno ammassato alunni in classi pollaio, hanno consentito il facile proliferare dei titoli di studi e professionali e… anche questa volta i risultati delle prove INVALSI sono stati come negli anni passati.

Un esempio mortificante di autonomia locale è quello dei corsi e concorsi, ombrati da sospetti e iniquità. Come si fa a capire che un corso TFA costa 3800 euro a Napoli e 2500 euro a Perugia? o che una prova selettiva è diversa perfino nella stessa regione? E così moltiplicando sedi, questionari, commissioni, commissari e affini si rischia di dare poca credibilità alla serietà di valutazione dei candidati e molta certezza alla paralisi giudiziaria dei concorsi. Più ristretta è l’area di gestione più stretto è il rapporto tra commissario e concorrente.

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