La settimana corta può far bene all’economia, ma non alla cultura

inviata da Fernando Mazzeo – Da gran tempo la pedagogia e la psicologia hanno messo in evidenza i problemi legati ad una organizzazione scolastica che continua a non tener conto della durata dell’attenzione del ragazzo, dei suoi interessi, dei suoi ritmi, dei suoi bisogni, della sua curiosità, dei suoi problemi, delle sue difficoltà.

La settimana corta, ispirata e guidata da motivazioni di carattere economico, accentua i problemi, appesantisce ulteriormente la deficitaria e precaria struttura della scuola che appare sempre meno agile, essenziale e funzionale a precipui bisogni educativi, mette in difficoltà i docenti, non giova all’apprendimento, anzi favorisce il disimpegno, e serve soltanto a teorizzare e confermare una funzione socio-ludico-ricreativa della scuola, paragonabile a qualunque associazione giovanile o a gruppi più o meno spontanei di ragazzi.

In molti ignorano o vogliono ignorare che l’apprendimento è un fatto naturale che implica una concentrazione in un impegno di conoscenza che non può esaurirsi all’interno delle quattro anguste pareti di un’aula, ma necessita di una articolata organizzazione, interna ed esterna, che tenga conto del bisogno di agire, di muoversi, di dialogare ecc., in cui ciascun alunno possa vivere da protagonista, studiando, riflettendo e aggregandosi secondo le varie modalità e le più accreditate e moderne teorie e scienze dell’educazione.

La rimodulazione oraria delle trenta ore settimanali distribuite in cinque giorni, in strutture poco funzionali, poco accoglienti, poco gratificanti e con la medesima organizzazione didattica, rende i ragazzi prigionieri, vittime di un sistema che si nutre di apparenze, disattende le conoscenze e non coglie le istanze positive di una scuola che non ha bisogno di formule taumaturgiche, di alchimie organizzative, ma vuole e deve aprirsi ad un tessuto sociale sempre più frammentato, critico e complesso, che ha bisogno di educazione, di impegno, di conoscenza, di una nuova cultura generale e di esperienze educative qualificanti e professionalizzanti.

Negli anni Settanta i ragazzi andavano a scuola dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 12.30 e fino al 1976 la scuola iniziava, addirittura, ad ottobre e la fine delle lezioni non andava mai oltre la metà di giugno con tre mesi e mezzo di vacanze. Tuttavia, anche se in questo periodo la dispersione scolastica e l’analfabetismo erano più alti, la scuola, nonostante un orario ristretto e la quasi assenza di mezzi e strumenti didattici diversi dai libri di testo (sicuramente, a differenza di quelli attuali, molto meglio strutturati sul piano scientifico-didattico), riusciva a
fornire all’alunno una serie articolata e programmata di modelli e processi che consentivano di familiarizzare agevolmente con il patrimonio culturale e professionale delle nostre comunità. Se poi consideriamo il fatto che la maggior parte dei ragazzi che, in questo
periodo, conseguivano solo la licenza elementare o media, lavoravano nelle botteghe artigiane, diventando bravi operai, piccoli imprenditori o imprenditori di successo, mentre quelli che si diplomavano nei vari istituti riuscivano ad affermarsi nei vari settori produttivi o proseguivano con successo gli studi universitari, ci rendiamo conto che, oggi, alla scuola manca un efficace tessuto formativo e culturale vero e vivo, del quale possa nutrirsi.

Da decenni assistiamo ad una lenta e progressiva agonia del pensiero che favorisce l’improvvisazione, ostacola lo sviluppo delle potenzialità della persona, minaccia e mette seriamente in crisi la cultura.
La vecchia pedagogia, con la lezione espositiva e l’apostolato intellettuale di docenti che riuscivano ad incatenare l’ attenzione degli alunni, ci ha lasciato uno strumento cognitivo quasi perfetto che si configurava con l’esercizio del dovere di liberare ognuno dalla schiavitù dell’ ignoranza e la cui profonda azione sull’alunno è impossibile negare. Oggi, il vecchio mascherato di nuovo, il problem solvin altro non è che l’immagine confusa ed opaca di un tipo di lezione socratica, ha difficoltà ad educare il ragazzo ad affrontare criticamente i problemi, a formulare delle ipotesi,
portarle avanti e verificarle. Al contrario, la spiegazione e l’ esercizio, costanti e limitati nel tempo, il lento battere della goccia-lezione sulla pietra della mente, anche se distratta, raramente esce senza risultati e, quasi sempre, consente di conquistare le principali strutture del sapere. Chiaramente, oggi come ieri, la lezione, come il cibo, ha tutt’altro sapore nei confronti di chi sente la fame e colui, invece, che non ne avverte il bisogno.

Le riforme sul piano organizzativo e didattico devono, pertanto, nascere nella scuola e non da solitarie ed astratte riflessioni e dissertazioni. Solo l’insegnante possiede quel patrimonio di conoscenze sull’educabilità della persona per fornire , come in medicina, i tempi e i modi del necessario trattamento terapeutico.

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