La Scuola? Un’azienduola in cui si finge di valutare. Lettera

Vale a dire che hanno alienato, ovvero mercificato la funzione della scuola pubblica e ne hanno fatto una finzione caricaturale di azienda, una sorta di ibrido mostruoso tra l’azienda e la scuola (un’azienduola, per l’appunto). E si sa che in un’azienda (finta o vera che sia, poco importa) dominano le esigenze del mercato e che nel mondo del commercio i clienti (o gli utenti: nel nostro caso, i genitori e i figli) hanno sempre ragione. Soltanto così si spiega l’umiliazione crescente e la svalutazione della professione docente e l’annientamento del valore di una scuola autentica e seria, cioè autorevole e credibile.

Una scuola che finge di valutare (ovverosia assegnare percentuali che poi si traducono in fasce di livello e voti), in cui vige la dittatura dell’Invalsi e di quella docimologia che si è tramutata in ideologia della valutazione, in un puro stile aziendalista (anzi, pseudo tale), comporta proprio tali conseguenze. Ma si tratta solo di una mera finzione, di una falsa ideologia ed estetica della valutazione, per finalità prettamente burocratico-formali.

Sia chiaro: il merito va giustamente sancito e premiato, non esaltato, né cristallizzato in una ideologia funzionale al sistema ed alla logica, cinica e spietata, della competizione e del mercato capitalistico. Ma il merito (di chi studia e si impegna) non può essere negato o calpestato, ed ancor meno mortificato. Io opero nella scuola primaria, dove i vari genitori “pariolini” fanno già valere la loro influenza a beneficio esclusivo dei “figli di papà”. Purtroppo, noto tale atteggiamento già tra gli alunni (ancora bambini) delle classi della primaria: coloro che studiano, lo fanno solo per conseguire un bel voto, e non per una sincera passione allo studio. Eppure, io sono un insegnante che non assegna alcun valore, né rilievo al voto. Per cui una tale attitudine dipende dai genitori.

Ora, detto ciò, se non si rilancia o si rivaluta la centralità sociale, politica ed educativa della professione docente (che non deve essere scambiata, né bistrattata come una “missione religiosa”), in primo luogo a livello economico-retributivo, oltre che in termini di prestigio, di serietà ed autorevolezza, tutto il resto sono chiacchiere vuote e sterili. Incluse le ipotesi di “riforma” più eque e razionali. Anche perché proprio quanti dichiaravano, ma solo a chiacchiere, di voler salvaguardare e rappresentare gli interessi, le istanze e le prerogative della scuola pubblica e del corpo docente, ovvero la sinistra tradizionale e gli stessi sindacati di categoria, in primis la CGIL, hanno svenduto un prezioso, ricco ed inestimabile tesoro di esperienze, di idee, di energie, di cultura e di intelligenza, che (è il caso di rammentare) il nostro Paese vantava. Basti ricordare che la scuola di base (ossia l’infanzia e l’istruzione primaria) figurava, se non al primo posto nel mondo, senz’altro tra le migliori istituzioni scolastico-educative in assoluto. Per cui un senso di sconforto e di rassegnazione amara (di resa giammai!) è lì in agguato e rischia di assalirti in modo quasi inevitabile (è umano, credo) ogni qualvolta ci si ritrova costretti in uno stato di solitudine, di marginalità creata ad arte, e ci si sente circondati da un clima di ostilità e diffidenza da parte dei colleghi e da un diffuso e palese atteggiamento di omertà e ipocrisia, non appena ci si azzarda ad esternare una libera e legittima opinione, a muovere un’obiezione sacrosanta, ovvero ad intraprendere azioni di critica verso chi dirige la scuola.

La critica al lavoro ed alla scuola autoritaria, espressa dai moti studenteschi del ’68, era giusta, così pure altre istanze, idee e rivendicazioni sorte nel clima di lotta e di protesta radicale del Sessantotto, ripreso dalle esperienze e dai movimenti successivi. Il sistema capitalista ha inglobato, assorbito quelle rivendicazioni e quelle critiche (ripeto: sacrosante) in misura funzionale per sé e la propria sopravvivenza e il perpetuarsi di un ingranaggio di potere e dominio di classe. La reazione storica del Capitale è stata utile e conveniente solo per sé stesso, in funzione del mantenimento di uno status quo che era stato assaltato con un vigore critico mai visto e messo seriamente in discussione da un vasto movimento di massa rivoluzionario, sconfitto solo a livello politico, mentre sul versante culturale ha esercitato un’azione potente e capillare di influenza intellettuale egemonica, sfruttata dal sistema stesso a proprio vantaggio, in primo luogo quando sono stati cooptati nei ruoli accademici di massimo prestigio, personaggi quali il Asor Rosa, Cacciari e via discorrendo.

Oggi, un’inversione radicale è possibile (forse) solo in un altro modello di società. Per cui serve un processo di ampia e profonda mutazione dell’esistente in senso rivoluzionario. Ma, per un simile traguardo, occorre rinnovare in maniera profonda, alla radice, la teoria e la prassi rivoluzionarie.

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