La scuola è un servizio alla persona e gli insegnanti non possono essere assimilati agli impiegati. Lettera

Sul piano giuridico ed economico si fa fatica ad aprire una nuova fase istituzionale capace di definire, su nuove basi, riconoscimenti di cultura professionale, essenziali per la stessa sopravvivenza della scuola e della società.

Un governo che intende migliorare i servizi educativi in termini di efficacia ed efficienza, non può non impegnarsi a definire un profilo giuridico del docente che, banalmente, si cerca di ridurre a semplice ruolo impiegatizio.

Chi insegna sa bene quanto lavoro, quanto impegno culturale, quante difficoltà bisogna affrontare e superare per riuscire a scrivere nella mente e nel cuore dei ragazzi, per inserirli in una costellazione di valori da scoprire, da far amare, da vivere.

Chi ha sulle spalle la responsabilità della costruzione di un edificio culturale sulle cui fondamenta devono poggiare i pilastri dell’educazione, imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme, imparare ad essere, non può assistere ad un lento e inarrestabile declino professionale.

È, dunque, ingiusto e ingeneroso lasciare fuori dai cancelli delle scuole e dalle stanze del potere, progetti e interventi politico-istituzionali, in grado di ridefinire e migliorare i diritti economici e professionali dei docenti.

Spesso, si parla della questione docente in termini negativi, semplici impiegati con un invidiabile orario di lavoro di sole diciotto ore settimanali e con tre mesi di vacanza e si trascura completamente l’ importante “mission” del docente che è quella di dare impulso al sapere e alla conoscenza, si ignorano alcune disposizioni di legge (T.U. 297/1994, art. 395), le quali precisano che, “oltre a svolgere il loro normale orario d’insegnamento, i docenti espletano le altre attività connesse all’insegnamento.

Ovviamente, le attività connesse all’insegnamento sono tantissime, molto impegnative e, in buona parte, strettamente collegate ad una precipua funzione axiologica e antropologica: quella di aiutare i giovani a compiere un viaggio interiore che gli permetta di vivere responsabilmente nel mondo ed affrontare i drammi forti che si consumano nel quotidiano.

Pertanto, il docente agisce ed opera sempre sulla base di competenze disciplinari, pedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali e di ricerca, orientate a coltivare la mente e il cuore e a soddisfare l’inappetenza culturale dei figli del benessere e del consumismo.

L’insegnante non potrà mai essere assimilato o associato ad un impiegato burocrate che si rivolge ai suoi studenti seguendo logiche di tipo contabile-amministrativo. Egli stabilisce i criteri in base ai quali i desideri, le tendenze, le qualità umane si debbono riordinare per promuovere uno sviluppo equilibrato e razionale.

È, dunque, importante non arretrare rispetto alle conquiste degli anni passati, quando i docenti, motivati e soddisfatti del proprio lavoro, venivano elogiati, apprezzati e percepiti come possibili modelli da imitare.

Se, nonostante le conclamate crisi e le teorie descolarizzanti degli anni passati, la nostra società non può fare a meno della prospettiva dell’educazione e dell’istruzione, ciò significa che, come ebbe a dire nel 2001 in una intervista al Corriere della Sera il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quella del docente è una vocazione e una nobilissima missione. “A voi insegnanti è affidato il compito delicato ed entusiasmante di trasmettere ai giovani e far vivere nelle loro coscienze i valori della nostra civiltà e della nostra cultura, per aiutarli a diventare cittadini”.

Purtroppo, con il passare degli anni l’entusiasmo diventa sempre meno forte e acceso. Perciò, è necessario e indispensabile che la politica si impegni per produrre antidoti alla demotivazione e punti ad una visione della funzione docente come entità credibile e con un alto grado di rispetto e professionalità.

La scuola non è un servizio pubblico come gli altri. È un servizio alla persona e gli insegnanti non possono essere inseriti genericamente nel calderone del pubblico impiego.

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