La Scuola che non fa più la Scuola. Lettera

Ma senti: “il 34,4% degli studenti italiani che frequentano il terzo anno della scuola media non raggiungono un livello sufficiente di competenza alfabetica. Riescono cioè a decodificare solo brani semplici e con informazioni esplicite. Stesso discorso per la competenza numerica” . E le cose non vanno meglio per le superiori,
come leggiamo su Repubblica (https://www.repubblica.it/scuola/2019/05/03/news/istat_-225387947/?ref=RHRS-BH-I225388688-C6-P4-S1.6-T1).
Ma la cosa strabiliante è che le percentuali di promossi, con voto anche oltre la sufficienza, sono ben più alte, nella scuola italiana. Ma allora come stanno realmente le cose? Perché secondo le indagini internazionali siamo messi così male, tanto che rimaniamo tra gli ultimi (vedi indagini Invalsi-Ocse-Pisa)?

“Probabilmente, il nostro insegnamento è ancora troppo scolastico. Mentre le prove Invalsi non sono prove propriamente scolastiche, scandagliano competenze durevoli, profonde” . Dice il direttore dell’Invalsi. Forse il discorso ha ancora una sua valenza, oggigiorno, ma proviamo a cambiare prospettiva: non è tanto che il nostro insegnamento è troppo scolastico, secondo me, ma forse che lo è troppo poco. La nostra scuola sta arrancando per cercare di stare ‘al passo coi tempi’, immergendosi sempre di più in pratiche che poco hanno a che fare con l’esercizio delle sinapsi che arricchirebbero di saperi e abilità la memoria profonda; gli insegnanti, oggi, delegano spesso la loro lezione a strumenti tecnologici, imbevuti di iperlink e video; tutto ciò non aiuta a sviluppare la ‘competenza profonda’, che evidentemente manca ai nostri ragazzi, bensì rischia di indurre alla passività. E, cosa ancor più grave, all’apatia. Solo la lettura e lo studio, fatto all’antica, aiuterebbero la memoria, come ci ricordano i neuropsichiatri (vedi Manfred Spitzer in “Demenza digitale”). Non dimentichiamoci che i nostri ragazzi sono già da soli iperconnessi e iper-inondati di ‘distrattori’ digitali, per cui non possono avere tempo per studiare e approfondire più di tanto. E solo con l’approfondimento svilupperebbero il pensiero complesso.

Inoltre gli insegnanti sono ormai diventati dei veri e propri ‘facilitatori’, non solo delle cose ardue, ma anche delle cose semplici: li accompagnano senza troppo sforzo al sei, magari con interrogazioni programmate e strumenti compensativi di vario tipo (mappe concettuali, formulari, tablet e calcolatrici alla mano.. ). Ma, udite udite, la cosa più triste è che spesso i nostri ragazzi non riescono più nemmeno a leggere la calcolatrice!! (confondendo un -3 della potenza col risultato, e senza nessuna idea degli ordini di grandezza) . Poco importa. Tutta questa nuova didattica, unita alla pratica della ‘valutazione formativa’, permette a ognuno, con buona volontà degli insegnanti e buona pace degli stessi e dei Presidi, di arrivare al sei.

Ci vorrebbe una Scuola che pretende meno quantità ma più qualità, dai nostri studenti, e sopratutto con le proprie gambe! Senza indurli a ricorrere al copia incolla, ormai legittimato da più parti, nella nostra società, anche tra gli operatori del settore!
Non stupiamoci, poi, se i risultati delle indagini internazionali sono così miseri.

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Fonte Orizzonte Scuola

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