Intesa Governo – sindacati non tutela tutti i precari, docenti in sciopero il 10 e 17 maggio

Il patto stipulato è fumoso e inconsistente e gli impegni presi dal governo sono assolutamente insufficienti.

Evidentemente, chi si è seduto al tavolo quella notte non aveva idea di quale fosse la situazione reale – lavorativa ed esistenziale – delle precarie e dei precari della scuola.

Ecco quindi, a beneficio di tutti i firmatari, uno ‘spiegone’ in 5 punti su alcune questioni basilari che riguardano il precariato scolastico.

  1. Da decenni, la scuola italiana si regge in piedi grazie al lavoro di insegnanti con contratto a tempo determinato.

  2. Quando si parla di reclutamento o di stabilizzazione, bisogna essere coscienti che ci si sta rivolgendo a un gruppo di persone molto ampio ed eterogeneo:

  • Una parte di insegnanti è iscritta a graduatorie, chiuse dal 2007, da cui gradualmente si attinge per l’assunzione.

  • Una parte è in possesso di abilitazione, ottenuta principalmente tramite il tfa (l’ultimo percorso risale al 2014-2015) e sta aspettando la conclusione delle procedure del concorso 2016, riservato agli abilitati.

  • Una porzione consistente (soprattutto al Centro-Nord) è costituita dalla “III fascia”, composta da insegnanti non abilitati, che hanno maturato, o stanno maturando, tre anni di servizio; tale graduatoria alla prossima riapertura (2020) non dovrebbe consentire nuove iscrizioni, ma solo l’aggiornamento dei punteggi.

  • C’è poi una parte di insegnanti che, privi di abilitazione e non iscritti a graduatorie, lavora tramite contratti stipulati direttamente con le scuole (tramite le “messe a disposizione”): tendenza destinata ad aumentare, soprattutto se davvero non verrà riaperta la graduatoria di III fascia.

  • Infine, ci sono i neolaureati con l’idea di diventare insegnanti

  1. Questo panorama così variegato è il risultato delle continue riforme del reclutamento, che hanno alimentato divisioni tra insegnanti precari e li hanno messi in concorrenza tra loro per i pochi posti messi a bando di volta in volta, solo per categorie specifiche di lavoratori. Va nella stessa direzione la proposta di aumentare la percentuale di posti riservati a chi ha i 36 mesi di servizio all’interno però di un unico percorso di immissione in ruolo.

  2. Sarebbe compito e responsabilità dei sindacati non alimentare le divisioni tra lavoratori ed avere una visione lungimirante, che riesca a garantire i diritti dei lavoratori della scuola nel loro complesso. Primo fra tutti, quello alla stabilizzazione.

  3. Se veramente si vuole riconoscere “l’indispensabile apporto” delle lavoratrici e dei lavoratori precari non solo a parole – come purtroppo si fa nel patto -, ma anche nei fatti, occorre creare una volta per tutte percorsi dignitosi per la stabilizzazione di tutte le varie categorie che compongono il precariato scolastico.

Come stabilizzare? Ve lo spieghiamo noi:

  • Prima di tutto, è necessario ricalcolare il numero di posti da mettere a concorso sulla base dell’effettivo fabbisogno, trasformando l’organico di fatto in organico di diritto, per non ritrovarci comunque ogni anno con una larga fetta di cattedre coperte da precari/ie.

  • Per far fronte all’eterogeneità delle condizioni degli insegnanti precari, è necessario attivare (e mantenere in futuro) un doppio canale per l’accesso al ruolo. Da un lato, bisogna garantire il diritto al ruolo per chi ha già maturato o maturerà i 3 anni di servizio, attraverso un concorso riservato e non selettivo. Dall’altro è ugualmente necessario offrire percorsi stabili e dignitosi di reclutamento ai neolaureati, attraverso concorsi periodici, che diano accesso ad una formazione retribuita e di qualità.

  • In più, siccome è prevedibile che la scuola italiana continuerà in futuro ad avere bisogno di supplenti, soprattutto se i posti messi a bando per il concorso saranno insufficienti, occorre riaprire le graduatorie di terza fascia. Le graduatorie sono infatti l’unico sistema di convocazione dei supplenti in grado di garantire trasparenza e riconoscimento del servizio, al contrario delle discrezionali messe a disposizione.

Anche rispetto al prossimo concorso, il patto tra governo e sindacati glissa abilmente su una serie di questioni non secondarie:

  • Stando alla legge di Bilancio 2019 art. 792, i candidati potranno concorrere per una sola classe di concorso per grado di istruzione e non più, come in passato, per tutte le classi a cui il loro titolo di studio dà accesso. Si tratta di una grave limitazione che è necessario abrogare.

  • Per i vincitori di concorso, è previsto l’obbligo di restare nel posto assegnato per 5 anni dopo l’immissione in ruolo: una misura semplicemente punitiva nei confronti di insegnanti che dopo anni di precariato e di disagi arrivano al ruolo.

Anche a proposito della regionalizzazione e degli stipendi, togliamoci il fumo dagli occhi:

  • Il tema fondamentale della regionalizzazione del sistema di istruzione, sul quale i sindacati firmatari avevano promesso battaglia nelle piazze, non viene mai nominato esplicitamente. Vi si allude con la dicitura “la scuola del Paese” e formulazioni ovvie e ampie che di fatto non prendono posizione: “salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale di istruzione e ricerca”, “reclutamento uniforme”, “unitarietà degli ordinamenti statali, dei curricoli e del sistema di governo”.

  • La ciliegina sulla torta è data dal riferimento nel patto ad aumenti salariali per gli stipendi degli insegnanti: anche in questo caso formulazioni vaghe (“impegnarsi per reperire risorse” in vista della legge di bilancio 2020 per un “ graduale avvicinamento agli altri Paesi europei”) celano l’inconsistenza di promesse fondate sul niente.

Per queste ragioni aderiamo e sosteniamo gli scioperi indetti dai sindacati di base per il 10 e il 17 di maggio. Riteniamo che lo sciopero, così tanto vilipeso dai grandi sindacati, sia uno strumento di lotta importante per ridare dignità ai precari e alle precarie e alla scuola tutta; sia un diritto da esercitare senza timore di fronte agli imperativi dell’efficienza e dell’acquiescenza; sia un dovere come cittadine/i che vogliono tutelare una scuola pubblica statale di qualità.

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Fonte Orizzonte Scuola

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