Insegnare col “Problem Based Learning”: una guida piena di esempi pratici

I casi-problema presenti spaziano dall’università alla scuola primaria, in un percorso inverso che trae origine dall’esperienza stessa della docente, che nell’introduzione spiega di avere maturato il primo interesse verso questo approccio proprio a contatto con studenti universitari dei corsi di laurea di Medicina in Italia e all’estero. Impietoso, nelle parole dell’Autrice, il confronto tra un’università italiana dove il PBL non veniva applicato e quanto, sotto i suoi occhi, succedeva in Canada e in Olanda, negli atenei dove questa metodologia era presente: gli studenti stranieri erano decisamente più proattivi e spontanei nell’offrire punti di vista e nell’interagire con i docenti, dal momento che erano loro ad analizzare i casi, formulare domande, ipotizzare risposte, individuando gli argomenti di studio e le fonti bibliografiche.

Abbiamo rivolto alcune domande all’Autrice, che è ricercatrice di Didattica presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’università di Genova.

Dottoressa Lotti, il testo che lei ha appena pubblicato favorisce l’incontro con una metodologia che promette apprendimenti significativi per i ragazzi, stimolando la loro curiosità intellettuale, e una pratica didattica quotidiana più vivace per gli insegnanti. È una sintesi corretta?

“La ringrazio per questa sua sintesi così efficace che evidenzia immediatamente i vantaggi sia per gli studenti e che per i docenti. Il PBL offre una situazione “mal strutturata” ai ragazzi i quali si attivano per comprenderla e risolverla, con la guida di insegnanti-facilitatori che stimolano la partecipazione dei propri allievi e studenti e pianificano attività integrative pratiche e coinvolgenti.

Una piccola chiosa critica: senza nulla togliere alla piacevolezza delle pagine, alla serietà e alla passione con cui affrontano e documentano la metodologia presa in esame, stupisce la mancanza di qualsiasi riferimento alla cornice storica e antropologica in cui il ‘l’insegnamento per problemi’ è giunto fino a noi prima di questa sorta di ‘anno zero’ rappresentato da Dewey. Non pensa che il PBL presenti indiscutibili affinità col dialogo socratico o con i testi della tragedia greca, ovunque l’uomo, insomma, si sia rappresentato in bilico tra ignoranza e conoscenza e nello sforzo di comprendere ciò di cui era all’oscuro? Perché togliere agli studenti di scienze della Formazione Primaria, destinatari principali di questo volume, il quadro di questi riferimenti? Si suppone che li abbiano già?

“La ringrazio per questa sua osservazione che in effetti tocca un punto importante. Per anni ho pensato che il PBL affondava le sue radici nel dialogo socratico e ho riletto più volte il Menone, nel quale, come lei ben si ricorderà, Socrate, con una serie di domande porta uno schiavo a risolvere un problema di geometria… Negli ultimi mesi però, grazie al confronto con il mio amico e collega, prof Franco Manti, ho maturato la convinzione che il dialogo di Socrate non fosse un vero dialogo, che porta a una nuova conoscenza, in quanto Socrate pone domande stringenti che sono “manipolatorie” e portano l’interlocutore a dire esattamente quello che Socrate vuole tirargli fuori… quindi alla fine non permette la “libera indagine” o “Free inquiry” che il PBL auspica. Nel PBL gli studenti dovrebbero porre tutte le domande che ritengono utili per comprendere il problema, dovrebbero formulare ipotesi esplicative e risolutive, e dovrebbero individuare liberamente quali argomenti andare a ricercare e studiare per acquisire le nuove conoscenze utili per risolvere il problema.

Anche alla luce di questi rilievi che le ho mosso, sono d’accordo con lei sul fatto che l’impostazione problematica sia assolutamente feconda nella pratica dell’insegnamento, perché il ragazzo nel suo apprendimento è proprio quell’uomo, quel filosofo in bilico tra sapere e non sapere. Lei auspicherebbe il PBL come approccio prevalente o piuttosto integrativo rispetto a una didattica più tradizionale, di impianto trasmissivo?

“Anche questa è una bella domanda! Non è facile rispondere in maniera sintetica. Il PBL può essere un metodo didattico, e quindi essere usato qualche volta nell’arco dell’anno, anche all’interno di una sola disciplina… ma può anche essere considerato un dispositivo curricolare, e allora può essere l’organizzatore di un intero curricolo. In questo caso non vi è più molto spazio per la didattica trasmissiva, ma il coropo docente diventa un team teaching che pianifica insieme blocchi o moduli interdisciplinari dove vi potrebbero essere sedute di PBL seguite da attività integrative che permettono di raggiungere conoscenze e abilità interdisciplinari e integrate.

Nella mia esperienza i curricula organizzati a blocchi ,o moduli interdisciplinari con il PBL come metodo privilegiato, offrono percorsi formativi che pongono lo studente in una posizione attiva e lo rendono davvero protagonista del suo apprendimento.

Un’altra suggestione che forse nel testo manca è di tipo etimologico: la parola ‘problema’ esiste già nel greco antico (πρόβλημα) e trova la sua origine nella radice del verbo ‘ballo’ (βάλλω), che significa ‘lanciare’: quindi ‘pro-blema’ è ciò che mi lancia in avanti, non è un ostacolo. Lei concorda con questa suggestione? La trova in qualche modo veritiera?

“Ha perfettamente ragione e sono contenta che lei lo faccia notare! Come “progettazione” viene dal verbo pro-jectare , e significa lanciare in avanti, anche “problema” ha questa idea del futuro…”.

L’articolo Insegnare col “Problem Based Learning”: una guida piena di esempi pratici sembra essere il primo su Orizzonte Scuola.

Leggi Tutto

Fonte Orizzonte Scuola

Powered by WPeMatico

Facebook Comments
Vai alla barra degli strumenti