Insegnanti tutti uguali, ma alcuni più uguali degli altri. Lettera

Lettera

Mi sono laureata con lode alla Sapienza di Roma in Filologia classica, ho conseguito un master in didattica per i bisogni educativi speciali, patente ECDL e LIM, nonché seguito vari corsi di formazione e conseguito i 24 cfu presso la pubblica Università di Tor Vergata. Ad aprile, ho superato (in entrambi i gradi di scuola secondaria) le triplici selezioni nazionali per la Specializzazione nelle attività di sostegno (il cosiddetto TFA sostegno) dell’Università Tor Vergata, rientrando in entrambe le graduatorie fra i primi sei idonei.

Ho dunque intrapreso questo impegnativo (e costoso) percorso, come sa soggetto ad una frequenza rigidamente obbligatoria con margine 0% di assenza, rinunciando anche a diversi impegni personali importanti. Nel frattempo, in questi anni, ho insegnato materie letterarie, latino e greco per due anni nei licei di un istituto paritario, e quest’anno ho un incarico al 30/6 presso una scuola secondaria di primo grado, statale.

Ho sempre guardato a testa alta i miei sacrifici e il mio percorso, considerando un’opportunità di crescita maggiore il fatto di aver conosciuto e lavorato in entrambi gli ambienti (ovvero nella scuola statale e in quella paritaria). Come molti colleghi con una storia professionale simile alla mia (ovvero con un servizio misto) potranno confermare, negli istituti paritari si dedicano moltissime energie per far fronte alla difficoltà di gestire tutte le mansioni che all’istituto sono richieste. Nelle scuole paritarie, inoltre, la qualità della didattica che ogni docente mette in atto è soggetta a molta più sorveglianza che nella scuola statale – se non altro, in virtù del fatto che le iscrizioni non sarebbero altrimenti assicurate l’anno successivo.

Vengo dunque al punto: è davvero logicamente inconcepibile, nonché umanamente deludente e frustrante, leggere che nel recentemente pubblicato in G.U. decreto scuola è concessa la possibilità di svolgere un concorso straordinario a colleghi con tre anni di servizio nella sola scuola statale o nella sola scuola paritaria (sebbene per questi ultimi – ancora una volta non so spiegarmi il perché – sia concessa solo l’abilitazione e non il ruolo).

Dunque Le chiedo: il nostro servizio misto è forse un servizio di serie c? Siamo forse esclusi perché meticci? Con quale motivazione dovremmo accettare il paradosso di non rientrare né nell’una né nell’altra categoria, ovvero di non poter concorrere né per il ruolo (come i colleghi della statale) né per la sola abilitazione (come i colleghi della scuola paritaria)? Non è la nostra una ricchezza professionale che contempla un panorama più ampio di chi abbia vissuto uno solo dei due contesti?

Davvero, Ministro, mi sfugge come si possa inneggiare alla meritocrazia con un concorso che riserva dei posti in base a criteri del tutto arbitrari, creando alla base discriminazioni fra lavoratori di una stessa categoria, con stesse mansioni e stessi titoli, solo sulla base del differente percorso di arrivo. Il concorso, con le sue prove ad eliminazione, dovrebbe garantire esso stesso l’accesso dei migliori: non l’esclusione in partenza, sulla base di arbitrari criteri meramente burocratici (di cui a moltissimi sfugge la logica).

Mi appello alla Sua sensibilità e competenza perché possa riconsiderare tale paradosso e dare la possibilità del concorso straordinario a tutti quanti abbiano tre anni di servizio (misto e non), in cui cioè gli insegnanti siano dallo Stato considerati tutti uguali, e non ve ne siano alcuni “più uguali degli altri”.

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