Imparare a lavorare in team: la lezione che non ti aspetti dal coloratissimo mondo di The Lego Movie 2

E tu non puoi far altro che lasciarti trasportare dal contesto generale e canticchiare di nuovo al ritmo di “è meraviglioso”. Non puoi fare altro anche perché in questo nuovo capitolo firmato sempre Christopher Miller e Phil Lord tutto sembra davvero meraviglioso, sebbene l’ambientazione post-apocalittica in cui si trovano a vivere Emmet e i suoi amici suggerisca il contrario. Seguendo pedissequamente le linee narrative sviluppate nel primo film, The Lego Movie 2 rinvigorisce e rafforza la propria resa finale giocando su una tela investita di riferimenti meta-cinematografici (Mad Max: Fury Road, Twilight, Star Wars: il risveglio della forza) e supportata da un serrato citazionismo. Così facendo gli autori riescono a colmare quella lacuna introspettiva destinata a sortire quando opere come queste, ironiche e indirizzate al totale intrattenimento dello spettatore, vengono paragonate a quelle di casa Disney o dello Studio Ghibli, opere capaci di alternare perfettamente divertimento e serietà.

Alla base di questo film si trova quello spirito di cooperazione capace di far superare qualsiasi ostacolo, anche il più temibile; un principio ben supportato da un gioco come quello di questi storici mattoncini che, intaccando sia la dimensione reale che quella fittizia, ben rivela a quali conseguenze può portare un atteggiamento poco inclusivo come quello di Finn e della sua controparte animata. Una conseguenza che i due autori sottolineano attraverso l’introduzione di un personaggio chiave nello sviluppo della storia: Rex, antitesi del sempre ottimista Emmet e antieroe che, sia esteticamente sia caratterialmente, si presenta come una perfetta sintesi tra i personaggi di Starlord di Guardiani della Galassia e Owen Grady di Jurassic World (non a caso il personaggio è doppiato nella versione originale da Chris Pratt, lo stesso che non solo doppia anche Emmet ma che ha dato vita ai due personaggi poco prima citati). Punto di forza di questo nuovo episodio si riconferma essere un’attitudine parodistica del linguaggio cinematografico, affiancato da un corollario di simpatiche battute capaci di rinforzare una struttura narrativa alquanto elementare.

A fare da attrito in questo coloratissimo viaggio lanciato a mille sul binario della fantasia è però un uso smisurato di canzoni, che frenano il ritmo dell’opera, mettendola troppe volte in pausa per lasciar spazio a momenti canori non sempre funzionali (una caratteristica, questa, sottolineata dagli stessi personaggi quando, in tono autoironico affermano «cosa siamo, in un musical?»).

Proprio come i giocatoli a cui fa riferimento, The Lego Movie 2 è paragonabile a una macchina del tempo perché capace di tele-trasportare i propri spettatori in ambienti spazio-temporali appartenenti a un passato ormai perduto (ma mai dimenticato) facendo così tornare i grandi bambini, mentre i più piccoli possono (ri)scoprire piccoli tesori che tanto hanno segnato l’infanzia dei propri genitori o dei fratelli maggiori. Senza adagiarsi troppo in quella comfort zone venutasi a creare in seguito all’immane – e inaspettato – successo del primo capitolo, The Lego Movie 2 sa dove andare a colpire caricando all’ennesima potenza la propria componente satirica e infilzando non solo la tradizione del brand Lego, ma anche vizi e virtù rispecchianti ogni singolo spettatore in sala (la voglia di cambiare aspetto e con esso personalità per gli adolescenti, la paura atavica per la figura materna pronta a mettere in castigo, il desiderio di isolamento e di poca condivisione ludica con i propri fratelli più piccoli).

Nessuna categoria spettatoriale passa indenne di fronte alla scarica martellante di caustica ironia lanciata da questo film, e perfino punti saldi della nostra memoria collettiva come Harry Potter, Abraham Lincoln, o gli stessi eroi della DC comics, si ritrovano a essere oggetti di battute sferzanti e al vetriolo. Inutile rimarcare quanto il comparto visivo risulti impeccabile e perfettamente in linea con quello dialogico. Colonna visiva e colonna sonora vanno, cioè, armoniosamente a braccetto, rinvigorendosi a vicenda senza per questo sottrare nulla l’una dall’altra. Sebbene impossibilitati a riproporre con la stessa forza narrativa la vera natura di Emmet e dei suoi amici (punto di svolta dalla portata sorprendente nell’opera precedente), salvo rischiare una irritante sensazione di mero copia-incolla nello spettatore, la coppia Miller-Lord recupera egregiamente dando vita a un universo ancora più saturo cromaticamente, ancora più ironico, ancora più meraviglioso. Attenti però: in un mondo dove tutto è glitteroso ed estremamente meraviglioso nulla è come sembra. Starà allo spettatore più attento scoprire ancor prima dei protagonisti sullo schermo la loro controparte enigmatica, e con essa la loro vera natura.

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