Il lavoro c’è? Sì, ma, però…

 

Il 15 marzo a Milano si è tenuta la seconda edizione de Le Professioni del Futuro, il convegno nazionale firmato da InTribe, con il patrocinio di Ferpi. Il focus di quest’anno è stato il Digital Mismatch, ovvero il divario tra competenze esistenti e le esigenze del mercato. Sulla scia dei risultati dello scorso anno, il dibattito ha confermato che il lavoro c’è ma che riguarda nuovi profili ed impone un nuovo approccio che travolge/stravolge le professioni tradizionali.

Si tratta di uno scenario che suggerisce non pochi quesiti, come per esempio: con quali regole verranno gestite le professioni del futuro? Qual è il gap tra esperienza quotidiana e tendenze degli analisti? Quali sono le proposte istituzionali? Come tutto ciò si declina nella realtà economica, sociale e culturale del nostro Paese?

Volendo ridurre la visuale, al di là delle ovvie constatazioni, che cosa significa Digital Mismatch per il mercato e per i professionisti della comunicazione? Un’evoluzione o una perdita di identità? Per comprendere il gap tra offerta e domanda del mercato e dare risposte qualificate allo sviluppo del nostro settore, bisogna imparare a gestire i nuovi processi, essere capaci di mitchare i nostri bisogni con le esigenze del mercato. E far sentire la nostra voce.

di Mirna Pacchetti, CEO di InTribe

Il lavoro c’è, bisogna solo aggiornarsi e prenderselo. Oggi la parola crisi non esiste più, esiste un nuovo mercato, con nuove regole. Sta cambiando l’intero DNA economico dell’Italia.

Crescono i posti di lavoro ma mancano le competenze

Le aziende ricercano sempre più profili con skill in ambito tecnologico e digitale, che nessuno riesce ad occupare per mancanza di competenze specifiche, questo significa che le persone in cerca di lavoro spesso non sono in grado di rispondere ai requisiti e alle competenze tecnologiche e digitali necessarie alle aziende.

Il Digital Mismatch riguarda ognuno di noi.

Il dato più allarmante è che l’impatto complessivo potrebbe essere di circa 2.000.000 di posti vacanti entro due anni, se non investiamo quanto prima nella formazione di noi stessi e dei nostri dipendenti (fonte: stime InTribe – Osservatorio Digital Mismatch 2018).

Una recente indagine dell’Unione Europea (dati Cedefop) ha evidenziato come entro il 2020, in Italia avremo circa 135.000 posti di lavoro vacanti in ambito ICT (750.000 in Europa); secondo una stima InTribe, questo corrisponderà a circa il 18% delle posizioni lavorative in questo ambito.

Inoltre, fra 2 anni il 25% delle posizioni aperte saranno delle nuove professioni, inesistenti fino a 5 anni fa, e tutte avranno a che fare con il mondo tecnologico e digitale. Esperti di intelligenza artificiale, analisti dei big data ed esperti di cyber security saranno tra le professioni più richieste.

La vera rivoluzione: cambiano le professioni tradizionali

La rivoluzione riguarderà soprattutto le professioni contaminate dal digitale e dalle tecnologie: entro 10 anni il 70% dei lavori evolverà in chiave tecnologica e gran parte delle professioni del futuro saranno evoluzioni di quelle esistenti.

In questa repentina e costante innovazione tutti sono chiamati al continuo aggiornamento professionale. Occorre aumentare le proprie hard skill tecnologiche e verosimilmente questo accadrà per tutta la durata della vita lavorativa.

Le aziende dovranno investire massivamente in formazione, quale asset strategico aziendale, l’alternativa è la perdita di competitività, a totale vantaggio di startup e imprese tecnologiche che, in questo periodo storico, acquisiscono velocemente quote di mercato innovando prodotti, servizi e processi.

Smettere d’imparare significa precludersi l’opportunità di evolvere assieme al mercato e, a tendere, di restarne esclusi.

Lauree STEM e STEAM

La rivoluzione valorizzerà nel breve periodo le lauree STEM (Science, Technology, Engineering e Match) e vedrà la necessità di creare nuovi titoli di studio. L’evoluzione, già avvenuta nel mondo anglosassone e che avverrà anche in Italia nei prossimi anni (circa 5, secondo le stime InTribe) è l’introduzione di una A per ARTS nell’acronimo (STEAM).

Le competenze umanistiche abbinate a quelle scientifiche sono fondamentali per creare un’interdisciplinarità basilare alla corretta applicazione del digitale e delle nuove tecnologie in qualsiasi ambito, anche quelli che fino a qualche anno fa non avevano beneficiato di alcun impatto tecnologico, ma che a adesso ne stanno capendo l’importanza.

 

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Fonte Ferpi

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