I ragazzi con DSA? “Svogliati che non vogliono studiare. Tutta un’invenzione”. Mamma “più corsi di aggiornamento per docenti”

E’ questo lo sfogo di Daniela Lo Presti, una mamma di Milazzo, in provincia di Messina. La signora stava leggendo una discussione avviata da alcuni insegnanti in un gruppo su Facebook in cui si parlava di Dsa e certificazioni, quando è rimasta colpita da alcuni interventi. “I commenti al post, di tanti insegnanti – spiega Daniela, che è mamma di un ragazzo con Dsa che ha frequentato l’Istituto Tecnico Tecnologico “Ettore Maiorana” di Milazzo, dove l’estate scorsa si è diplomato con successo, grazie anche all’efficacia dell’attività didattica promossa dalla scuola – mi hanno ferita e soprattutto mi hanno fatto riflettere sul fatto che ci sia ancora un grosso pregiudizio su questo tema e anche tanta, tanta ignoranza, un termine che, applicato in un contesto scolastico, risulta inaccettabile”. La signora si augura che “raccontare la mia storia possa essere d’aiuto non solo agli insegnanti, diciamo scettici… , ma anche e soprattutto a tutti quei genitori e ai loro figli che oggi si trovano alle prese con questo problema, non sono supportati e non sanno dove sbattere la testa”.

Ma qual è il pomo della discordia? “Ho letto con calma e attenzione tutti i commenti”, spiega la donna, che precisa: “non sono un’insegnante, ma sono la madre di un ragazzo con certificazione Dsa, disgrafia e discalculia nello specifico. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare alla scuola elementare una maestra che ha capito immediatamente il suo problema e ci ha consigliato di svolgere i test per capire se fosse un disturbo dell’apprendimento. Ho visto mio figlio piangere, premendo con forza la penna sul quaderno, perché non riusciva a scrivere all’interno del rigo, ho dovuto ascoltare un’anziana insegnante di scuola media, prossima alla pensione, che asseriva, senza magari aver mai fatto un corso di aggiornamento, che secondo lei i Dsa erano tutta un’invenzione, ragazzi svogliati che non avevano voglia di studiare, la strada è stata lunga, fatta di logopedia e musicoterapia e persone, tra cui una zia maestra con il cuore d’oro, una di quelle che possono portare con orgoglio l’appellativo di educatrice e una cugina premurosa che con amore e attenzione ci hanno aiutato. Chiarisco a tutti coloro, che dall’alto della loro sapienza ed esperienza hanno parlato di ragazzi con genitori assenti, cresciuti senza relazionarsi davanti ai videogiochi, che siamo una famiglia unita, i miei figli hanno frequentato corsi di musicoterapia, laboratori ricreativi e quando è stato possibile abbiamo assistito a mostre e concerti e certamente come gli altri coetanei amano i videogiochi. La scorsa estate mio figlio ha sostenuto gli esami di maturità, ha tenuto un orale bellissimo, io e uno dei suoi professori, presenti all’esame, mentre lui esponeva gli argomenti con sicurezza collegandoli perfettamente tra di loro, ci guardavamo e annuivamo sorridendo commossi, queste sono le vere soddisfazioni e non sputare sentenze e giudicare a priori parlando di certificazioni gonfiate, non è così che si aiutano questi ragazzi e vista l’insensibilità e la superficialità di giudizio non si può capire il male che può provare nel leggere queste parole chi ha dovuto affrontare questo problema. Chi giudica in questa maniera probabilmente dovrebbe provarlo sulla propria pelle. Mio figlio è stato fortunato perché ha incontrato bravi educatori, per fortuna esistono anche loro, ha scelto di continuare a studiare e di trasferirsi dalla Sicilia all’Umbria e frequentare l’Università di Perugia, lui che non riusciva nemmeno ad allacciarsi le scarpe ed io, indipendentemente da quello che accadrà, sono molto orgogliosa di lui, perché non si è mai arreso ed io insieme a lui. “

Proprio per questo motivo la signora dice di essere intervenuta nella discussione, “perché nel mio piccolo – precisa – raccontando la nostra esperienza, potesse essere d’aiuto a chi vive lo stesso problema. Mi sono ritrovata per caso in questo gruppo, dedicato alla professione di insegnante. E proprio la lettura dei commenti a quel post mi ha riconfermato per l’ennesima volta il pregiudizio e la grande confusione sui Dsa, sul fatto che siano in primis neurodiversità e non hanno alcun ritardo cognitivo che preveda un sostegno, non sono un’invenzione di genitori assenti e la loro origine non dipende dal fatto che il sistema scolastico italiano sia carente in molti aspetti, ma proprio perché il loro cervello funziona in maniera diversa e quindi può incontrare difficoltà con i normali metodi di insegnamento, alcuni di loro addirittura hanno un quoziente intellettivo superiore alla norma, come il celebre caso di Einstein”.

Per questo, conclude la signora, “è importante che scuola e famiglia collaborino per individuare prima possibile se c’è questo problema e adottare strategie compensative, altrimenti questi ragazzi vengono esclusi e bollati come svogliati che non vogliono studiare, con grande sofferenza da parte di questi ultimi e delle loro famiglie, che sono abbandonate a se stesse e se non hanno possibilità economiche non possono neanche ricorrere alle figure professionali che integrino quello che la scuola non riesce a fare”.

Ma guardando a questi problemi dal suo osservatorio, che cosa si potrebbe fare di più e meglio a scuola per i Dsa? “Cominciare a chiarire l’estrema confusione e disinformazione – risponde – incrementando i corsi di aggiornamento per i docenti. Purtroppo bisogna dire che l’iter per giungere ad una certificazione da un ente sanitario pubblico è lunghissimo è questo danneggia sia i ragazzi che gli insegnanti che non hanno le giuste linee guida”.

La percentuale di Dsa segnalati in Sicilia è molto bassa rispetto alla media nazionale, tuttavia la si*nora non vede delle carenze in questo: “Io non sono un’insegnante – conclude Daniela Lo Presti – e non posso dire che la Sicilia non sia attrezzata, la mia esperienza è stata positiva e posso dire di aver incontrato docenti informati che ci hanno sostenuto, tra l’altro nel famoso post i docenti disinformati erano del Sud, del Nord e del Centro, quindi si può dire che è un fenomeno trasversale”.

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Fonte Orizzonte Scuola

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