Graziani (Usp Bergamo): alcuni genitori alimentano sfiducia nei prof

Va dritta al punto e senza troppi giri di parole, la dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di Bergamo, Patrizia Graziani, in un’intervista su Bergamo Post.

Non si tratta di mancanza di dialogo; Graziani solleva il problema della comprensione. Dal suo punto di vista, “Gli adulti si parlano, ma non si capiscono più. Il dialogo educativo, il percorso che si instaura tra la famiglia e la scuola per il bene dello studente, è venuto a mancare“.

La dirigente arriva al suo punto osservando il fatto che il genitore tende ad andare immediatamente a sporgere le sue rimostranze sui vertici più alti e non passa più per il docente, cercando con questa figura il dialogo costruttivo. Il punto di approdo diventa direttamente il preside, il provveditore, il ministro.

Questo atteggiamento è secondo Patrizia Graziani responsabile della perdita di fiducia anche da parte dell’alunno verso il  suo insegnante. Lo dimostra anche il fatto che le lamentele non riguardano solo i voti negativi; riguardano anche quelli positivi inferiori a quelli attesi della famiglie.

La dirigente completa il quadro inserendo un tassello importante: “I ragazzi oggi vivono di relazioni molto virtuali – si legge nell’intervista – e gli insegnanti stanno facendo uno sforzo straordinario per mantenere aperto il dialogo con loro. La scuola per i ragazzi è uno dei pochi luoghi fisici, a volte l’unico, dove si incontrano persone vere. Ma questo molti genitori fanno fatica a comprenderlo. Hanno ancora l’attenzione puntata sui contenuti disciplinari piuttosto che sul rapporto del loro figlio con gli insegnanti. E inserendosi in quel modo, vanno a rompere l’unica autentica relazione“.

Ma una soluzione c’è. Patrizia Graziani la individua nell’auspicio che i genitori e i ragazzi possano accettare le imperfezioni e le fragilità. L’immagine del vincente deve lasciare spazio all’accettazione dell’errore. E ricorda un principio di pedagogia: “chi non scivola mai da ragazzo, rischia di scivolare da adulto“.

Suggerisce ancora che “Bisogna avere il coraggio di lasciar sbagliare i figli, perché è anche così che imparano e si risollevano. E sbagliando a sedici anni a scuola si rimedia sempre, ma se si sbaglia a 22-23 anni l’errore diventa una macchia sociale“.

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Fonte Orizzonte Scuola

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