“Gli ultimi giorni di Ovidio”, a Taranto 11 agosto presso Museo Nazionale

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Distante dalla sua Roma e dalle sponde che lo hanno visto protagonista tra la grecità, attraversata da una diffusa e prepotente testimonianza umana e geografica della Magna Grecia, e un Mediterraneo che lo aveva condotto a sancire un patto metafisico con Omero.

Dalle “Metamorfosi”, che sono l’espressione della assolutezza del mito e della “varietas” di letture interpretative dei simboli ad essere considerato uno straniero con la relegatio. Da qui fino a considerarsi lo straniero e peggio, come ebbe a scrivere nei “Tristia”: “…qui il barbaro sono io…”, con la precisa espressione “barbarus hic ego sum…”.

Vive dall’8 sino alla morte la religiosità del distacco, a Tomi, l’attuale Costanza (Romania), che si trasformerà in una permanenza della lontananza. È da notare che il classicismo delle “Metamorfosi” diventano l’inquieto dell’esistenza dei “Tristia”. Dal mito ad un dolore elegiaco che permea tutto il suo esistere in una disarmonia che si farà erosioni. Non c’è più il concetto di popolo in Ovidio (dato che resterà intatto in Virgilio con l’insistenza di Popoli – Civiltà – Impero). Il concetto di Popoli in Ovidio si trasformerà in Singolo.

Al MarTa di Taranto (Mibact) si parlerà di “Culta Placent”, docu – film curato da Anna Montella: https://www.youtube.com/watch?v=1UgMEmUwYng.

Le “Metamorfosi” sono esperienza ed espressione di classicità nella civiltà greco – romana. Nei “Tristia” i singoli diventeranno l’Uno, la persona, appunto, il singolo. Si avverte la necessità di capire che Ovidio degli “Amores” non è quello dell’esilio.

Non è quella della desolazione, relegazione, nostalgia. In amore la nostalgia non ha apparenze perché non può esistere, ci dice. Nella vita lo nostalgia è proprio quella ancorata al viaggio che si appende ai fili della speranza per un desiderato ritorno.

La chiave di lettura e il chiaro – ombra di Ovidio sta nelle sue “Heroides”. Una anticipazione di ciò che accadrà. Si pensi alla lettera di Penelope ad Ulisse. Quel libro di mezzo è diventato il libro della profezia. Un vero e proprio viaggio accanto che ha il senso costante del nostos. Gli eroi diventano la consolazione dello straniero in esilio.

C’è tutto il dramma di Medea e di Giasone. Sembra rivivere la trasformazione del dramma in tragedia. Tragico epilogo per un poeta che cantava gli amori. Le immagini mitiche (l’immagine, o meglio “imago”) diventano apparenza e si incavano in una archeologia della nostalgia dell’uomo. Ugo Foscolo, più che Leopardi di “Primo amore”, recupera tutto questo scenario ovidiano proprio nel momento in cui scrive: “Forse perché della fatal quiete/tu sei l’imago a me sì cara vieni/o sera…”.
Una grecità soffusa e nostalgica quella del Foscolo del peregrinare che ha rimandi alla nostalgia tragica e perenne di Ovidio. Infatti proprio da Ovidio cominicia il senso della metafisica dell’esilio, il quale consapevole del viaggio di Ulisse riscopre se stesso nel momento in cui diventa assente a se stesso.

Dopo il mito e la classicità delle “Metamorfosi” la vera tragedia, nella profondità della grecità, non è l’inquieto esistere, ma la consapevolezza di esistere nella assenza. Il simbolo di Itaca viene riscoperto da Ovidio, ma al contrario di Ulisse, morirà lontana dalla “sacre sponde”.

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