Gissi: precariato record, urgente attuare intesa su reclutamento

Abbiamo più volte richiamato la necessità di azioni volte a dare più stabilità al lavoro nella scuola, in presenza di un’area di precarietà che costituisce un punto di debolezza per l’intero sistema, un’emergenza da affrontare e risolvere in tempi brevi, per arrestare un trend in continuo aumento dei contratti a termine. I numeri parlano chiaro: già lo scorso anno non si sono potuti coprire 30.000 posti per mancanza di aspiranti nei canali utilizzabili per le assunzioni, ora i posti vacanti sono diventai oltre 64.000, se non si interviene subito si riproporrà, chissà per quanto ancora, il consueto scenario, fatto di ricorso abnorme al lavoro precario (si sfiorano i 200.000), una condizione che fra l’altro mina alla radice quella continuità didattica spesso invocata a parole e compromessa nei fatti.

Sbaglia chi insiste a vedere nella nostra intesa col MIUR un punto di caduta sotto il profilo della necessaria qualità professionale: non si vede perché l’esperienza pluriennale di lavoro, per la quale l’intesa individua una consistenza minima di 36 mesi, non possa essere un requisito significativo di formazione sul campo, che potrebbe anche essere una modalità di verifica dei requisiti professionali molto più efficace e attendibile di quanto possano esserlo le prove di un concorso. Così come lo saranno i percorsi abilitanti che prevedono numerosi esami di livello universitario. Ammesso che sia giusto, corretto e realistico parlare di caduta del livello professionale dei docenti italiani, per colpe che vengono attribuite in modo sbrigativo all’azione dei Sindacati, ci si chieda se la responsabilità di una situazione che vede crescere di anno in anno il numero dei posti coperti con supplenze non sia piuttosto di politiche del reclutamento rivelatesi, alla prova dei fatti, fallimentari.

Lo vogliamo dire anche al presidente di Treellle, Attilio Oliva, le cui proposte, certamente interessanti, scontano tuttavia tempi lunghissimi di attuazione, presupponendo una complessiva revisione dei percorsi di studio e del valore dei titoli rilasciati a chi intende insegnare. Aprendo inoltre a un’ancor più lunga fase di passaggio, nella quale l’unica certezza è che la scuola continuerà ad aver bisogno comunque di lavoro precario.

Riguardo a quest’ultimo, va posto fine immediatamente alla consuetudine per cui si accetta senza battere ciglio che un docente insegni precariamente per anni, solo perché costa un po’ meno del lavoro stabile, salvo considerarlo un potenziale incapace nel momento in cui si profila una sua stabilizzazione. C’è ben poca coerenza, e tanta ipocrisia, in atteggiamenti del genere, oltre tutto irriguardosi verso le decine di migliaia di precari di cui la nostra scuola ogni anno ha bisogno: serve uscire dal falso dilemma “concorsi si concorsi no” se si vuole affrontare il problema del reclutamento dei docenti in modo serio e davvero efficace.

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