ExoMars, Esa in cerca di Schiaparelli: il racconto dello schianto e gli esperimenti perduti. La scienziata: “Ci riproveremo”

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Il giorno dopo la conferma che la sonda europea Schiaparelli è precipitata su Marte, continua l’analisi dei dati di scienziati e tecnici dell’Agenzia spaziale europea (Esa) per capire perché il computer di bordo ha spento i retrorazzi a soli tre secondi dall’accensione, invece dei trenta previsti, lasciando il lander in balìa di Marte. Ma quante sono le speranze che Schiaparelli torni a dare segnali? “Poche”, secondo quanto si legge sul sito dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). “Però, non verrà omesso nessun tentativo di riprendere i contatti e, ad esempio, scaricare, se ve ne sono, dati mancanti. Come quelli che, con lo spegnimento del lander, non è stato possibile recuperare. Sempre ammesso – precisa l’Asi – che lo spegnimento sia avvenuto prima dello schianto e non contestualmente”. Gli scienziati, intanto, non perdono la speranza di riuscire quantomeno a riavvistare Schiaparelli. Come è avvenuto per il lander Philae, disperso dopo lo storico sbarco sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che è stato ritrovato dalla sonda madre Rosetta, anche se quasi due anni dopo. Difficile, invece, che possa mobilitarsi il robottino americano Opportunity, che si trova nella stessa regione marziana, la Meridiani Planum. È, infatti, lontano chilometri, e ha un’andatura troppo lenta, di pochi metri al giorno, per andare incontro a Schiaparelli. 

“Siamo stati quelli che ci hanno rimesso di più. Sapevamo di essere vivi, ma non siamo riusciti a dimostrare quel che eravamo in grado di fare. Quando si sono spenti i retrorazzi, infatti, il lander, convinto di essere ammartato, ha acceso il nostro strumento, che ha funzionato perfettamente. Anche se per pochi secondi”. Nelle parole di Francesca Esposito, dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), c’è tutta la passione per il suo lavoro di scienziata. La studiosa campana è “Principal investigator”, cioè responsabile, della speciale stazione meteo “Dreams” (Dust characterization, risk assessment and environment analyser on the martian surface), precipitata a bordo di Schiaparelli. Si tratta di gruppo internazionale di una cinquantina di ricercatori, guidati dall’Inaf di Napoli e dal CISAS dell’Università di Padova, provenienti dall’Italia e da altri istituti di ricerca in Francia, Spagna, Finlandia e Gran Bretagna, con il coordinamento dell’Asi. Nel racconto dei momenti drammatici della discesa marziana del lander, definiti non a caso sei minuti di terrore, la scienziata non sembra riferirsi a un oggetto inanimato. Nelle sue parole c’è sì l’amarezza per l’esito finale, dopo tanti anni di lavoro, ma anche la consapevolezza di essere parte di un’esperienza importante.

“È stato difficile costruire da zero uno strumento nuovo come Dreams in soli quattro anni – spiega Francesca Esposito -. Il team ha dovuto fare i salti mortali, con molte rinunce e complesse campagne di test nel deserto del Sahara, al confine tra Algeria e Marocco. Un lavoro come questo non lo fai se non hai passione – aggiunge la studiosa -. Lo spazio è sempre una sfida e non collabora. Lo sappiamo bene. Nessuno si era mai azzardato ad andare su Marte in un periodo così particolare, come quello delle tempeste di polveri. E, anche se gli ultimi secondi non sono andati come speravamo – sottolinea – è stata un’avventura meravigliosa. Abbiamo acquisito esperienza e imparato molte cose, che non andranno perse. Vorrà dire che ci riproveremo tra quattro anni, nel 2020, con la seconda parte della missione ExoMars, in cui porteremo sul pianeta una versione avanzata della nostra stazione meteo. La prossima campagna di test nel deserto è già in programma nell’estate 2017. Del resto – aggiunge Esposito -, già il nome Dreams scelto per la stazione meteo di Schiaparelli tradisce il sogno della conquista di Marte”.

Gli studi sulle tempeste di polveri, ad esempio i cosiddetti diavoli di polvere, condotti dal gruppo di Dreams, e della correlazione dei grani di particelle, illustrata su Science, con l’attività elettrica del pianeta, è importante per conoscere le condizioni meteo di Marte. Condizioni con cui dovranno fare i conti in un futuro, si spera non troppo lontano, i primi astronauti marziani. Basti pensare alla pellicola “The Martian”, in cui il protagonista, interpretato da Matt Damon, rimane bloccato sul Pianeta rosso proprio in seguito a una tempesta di polveri.

A bordo di Schiaparelli, oltre alla stazione meteo Dreams c’erano anche altre apparecchiature. Come i sensori dai cui dati l’esperimento Amelia (Atmospheric mars entry and landing investigation and analysis) analizzerà le caratteristiche dell’atmosfera marziana che, si legge sul sito dell’Asi, “ha fatto il suo dovere durante la discesa”. Anche un altro strumento italiano, il microriflettore laser Inrri (Instrument for landing-roving laser retroreflector investigations) dell’Asi e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), potrebbe non essere andato perso. Essendo un bersaglio laser passivo, simile a quelli lasciati sulla Luna dalle missioni Apollo, potrebbe, infatti, continuare a operare. Dipende, però, dallo stato di salute di Schiaparelli e, soprattutto, dalla sua posizione e inclinazione. Non si sa, infatti, se il lander sia sopravvissuto all’impatto, e se adesso si trova ad esempio capovolto, o inclinato. Potrebbe anche essere piegato su un fianco e, quindi, riuscire in teoria a trasmettere, ma in orizzontale senza che nessuno possa ascoltarlo.

L’articolo ExoMars, Esa in cerca di Schiaparelli: il racconto dello schianto e gli esperimenti perduti. La scienziata: “Ci riproveremo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Davide Patitucci

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