Dottori di ricerca, le competenze in Italia non vengono premiate. Lettera

Lettera

A tal proposito, mi preme fare alcune precisazioni in merito ai dottori di ricerca, di fatto al momento tagliati fuori dalla possibilità di abilitazione all’insegnamento.

Il dottorato di ricerca rappresenta il terzo livello, massimo grado di istruzione universitaria dell’ordinamento accademico italiano, che consente lo sviluppo delle competenze necessarie per esercitare attività di ricerca di alta qualificazione. I dottori di ricerca sono lavoratori precari: per tre anni vengono pagati attraverso borsa di studio, con tutte le anomalie che questa condizione indefinita di studenti/lavoratori porta con sé.

Il dottorato di ricerca richiede molti sacrifici per essere portato a termine, non pochi sono infatti i candidati (in Italia e all’estero, https://elephantinthelab.org/mental-health-crisis-doctoral-researchers/) che sviluppano problemi di salute mentale, sia per via dell’alto livello di competitività e stress a cui sono sottoposti all’interno dell’accademia, sia per il tipo di lavoro svolto che include contemporaneamente attività di ricerca, di insegnamento, partecipazione a convegni internazionali e pubblicazioni di articoli su riviste scientifiche.

A cosa serve questo titolo e a cosa servono i titoli universitari in generale? A cosa abilitano esattamente? In Italia a niente, perché il concetto di competizione ha surclassato quello di competenza: le competenze non vengono premiate, viene premiata la competitività. Non a caso nella nostra storia recente abbiamo avuto ministri dell’istruzione (v. Valeria Fedeli), vicepremier (v. Luigi Di Maio e Matteo Salvini) e segretari di partito (v. Nicola Zingaretti e Giorgia Meloni) senza laurea, e un presidente del consiglio (Giuseppe Conte) che ha inserito dati incongruenti nel suo curriculum.

Quale messaggio si sta facendo passare quindi? Lei è Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Al di là del suo curriculum personale, mi chiedo quanto sia consapevole del disastro culturale e sociale che sta contribuendo a creare. A differenza di quello che la vostra generazione spesso dice, la mia generazione è fatta di giovani che con impegno, dedizione, sacrificio e ingenti investimenti economici ha puntato sulla propria formazione culturale e che si vede tuttavia costretta a servire ai tavoli il sabato sera o a fare da segretari. Non vedere riconosciute le proprie competenze (perché di questo si tratta), vuol dire anche perdere fiducia nelle proprie potenzialità e, quando questo sistema viene esteso ad un’intera generazione, significa sprofondare in meccanismi di depressione e risentimento.

Il PAS per i precari con tre anni di servizio, aperto anche ai dottori di ricerca, avrebbe significato che persone con due lauree (di primo e secondo livello) e un dottorato (terzo livello), che hanno quindi già investito, anche economicamente, in formazione post-diploma almeno 8 anni della loro vita, sarebbero stati disposti a spendere dai 2.000 ai 3.000 euro per un corso abilitante, per provare ancora una volta di avere le competenze e le capacità che hanno già ampiamente dimostrato di possedere. Ma saremmo stati comunque disposti a cedere al paradosso, perché non avremmo avuto altra scelta, visto che è stato l’unico debole segnale di riconoscimento di uno dei titoli che avrebbe dovuto essere invece il più valorizzato in Italia. Ci avete tolto anche questo.

Se volessimo un corpo docenti selezionato sulla base delle competenze allora faremmo ogni anno dei concorsi aperti a chiunque possegga il titolo universitario (e non già l’abilitazione) per la propria classe di concorso, tramite cui scegliere i docenti più qualificati. Se fossimo un paese coerente e conseguente questo è quello che faremmo. Allo stato attuale invece l’ultimo concorso pubblico per titoli e esami che garantiva l’abilitazione all’insegnamento ai laureati è stato bandito nel 2012/2013, quello prima nel 1999/2000.

Siamo arrivati a questo, a considerare un privilegio quello che dovrebbe essere un diritto (in fondo l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro), a fare la guerra tra poveri cercando di creare concorsi e percorsi che possano escludere più persone possibili perché si ha paura di perdere i pochi posti messi a disposizione, in aggiunta a una valorizzazione delle competenze pressoché inesistente.

Certo, la responsabilità non è solo sua. La responsabilità è anche dei sindacati, che non sono in grado di battersi per i diritti dei lavoratori, dei docenti che si azzannano in imbarazzanti guerre tra poveri e, infine, di noi lavoratori ultra-qualificati, con le carte in regola per fare gli astronauti che ci ritroviamo a fare gli spazzini e che abbiamo paura di chiedere due giorni di ferie al nostro capo consapevoli di essere sempre sotto ricatto.

So che queste mie parole non avranno nessun effetto, perché in fin dei conti, dopo aver visto mille progetti di riforma della scuola naufragati nel nulla, dopo aver conosciuto le dinamiche di funzionamento dell’università dall’interno e dopo aver visto sacrificati sforzi e competenze sull’altare delle gerarchie del potere, mi rimane ben poca fiducia nella buona fede dei politici (“se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare” cantava Fabrizio De André).

Scrivo più per me che per lei, per dare voce a questo senso di sconfitta, per trasformarlo in qualcosa di collettivo e non lasciare che diventi frustrazione individuale. Le scrivo perché le chiedo di concedersi un atto di responsabilità nei confronti del suo ruolo e di tutti i cittadini che rappresenta e sulle cui vite lei ha un potere di azione reale. Le scrivo perché le sue scelte hanno la forza concreta di cambiare la vita delle persone in termini di felicità, di benessere e di salute mentale.

Gli aspiranti docenti non sono degli impostori che vogliono rubare un lavoro pubblico e che vanno tenuti alla larga dal posto fisso. Gli aspiranti docenti sono persone formate, titolate, che nella maggior parte dei casi hanno sacrificato molto della loro vita personale per seguire la loro passione per l’insegnamento. Spostarsi in città lontane, lasciando famiglia e affetti, attendere di anno in anno una chiamata dalle scuole, ricevere pagamenti frazionati e spesso in ritardo di molti mesi, non riuscire a programmare una vita privata e relazioni durature per la precarietà del lavoro, tutto questo ha un effetto reale sulla vita e sulla salute delle persone.

Ricomporre quindi le fila di un discorso ormai frammentato e ricostruire un sistema che permetta il reclutamento del corpo docenti sulla base delle competenze e delle passioni personali e non secondo il principio dell’umiliazione e del risparmio diventa a mio parere un atto di responsabilità urgente, a cui ormai nessuno può sottrarsi.

Quali conseguenze subirà se non lo farà? Nessuna. Rimarrà lì, finché durerà la legislatura, forse sarà rieletto, forse no. Lei il suo posto nel mondo già lo ha trovato. Non credo neanche nei sensi di colpa o nella giustizia del destino. Tanti prima di lei hanno preso delle scelte politiche che hanno danneggiato la vita di migliaia di cittadini italiani e non, e non ne pagano nessuna conseguenza. Vivono felici, loro.

Ma siamo davanti a un bivio. Possiamo strutturare un sistema che privilegi la selezione di docenti titolati e competenti e iniziare quindi a parlare poi di qualità della didattica, di continuità scolastica, dei numeri dell’abbandono scolastico (sempre in maggior crescita) e di programmi ministeriali – entrare quindi nel merito dei contenuti -, oppure possiamo continuare a svilire e frammentare il corpo docenti, lasciando che precari e disoccupati titolati proliferino, così che gli studenti smettano di studiare e di qualificarsi perché, in fin dei conti non serve a niente.

È una scelta epocale. Il problema è che siete voi politici ad avere il potere di farla. Noi dal canto nostro ce la caveremo, perché siamo preparati e formati, ma soprattutto perché a differenza vostra non abbiamo paura di sporcarci le mani: ci umilia di più supplicare per avere con un favore il lavoro che ci spetta di diritto, piuttosto che servire ai banconi dei bar.

Con affetto e augurandole un buon lavoro

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