Diplomati magistrali in GaE. Anief: futuro scuola italiana nelle mani del Consiglio di Stato, sentenza negativa solo caos

La decisione arriva dopo l’udienza tenutasi lo scorso 15 novembre, che fa seguito alla discussione avvenuta in Adunanza Plenaria per decidere se migliaia di docenti in possesso di diploma magistrale abilitante abbiano o meno il diritto di permanere in via definitiva nelle graduatorie.

In assenza di conflitto di giudicato, rispetto a diverse sentenze che hanno immesso in ruolo migliaia di docenti, porterebbe gli altri ricorrenti a ricorrere alla Cedu e far emergere le presunte influenze della politica inefficiente nella gestione delle graduatorie. Per non parlare delle migliaia di richieste di risarcimento di chi è in possesso di un titolo abilitante e già assunto con riserva a tempo determinato o indeterminato, prossimo al licenziamento. In tutti questi casi, verrebbe meno il principio della certezza del diritto. Ecco perché nelle mani del Consiglio di Stato passa il futuro dell’istruzione pubblica e di tanti lavoratori abilitati, che rivendicano il diritto alla stabilizzazione attraverso l’inserimento nelle graduatorie a esaurimento.

Non va dimenticato, infatti, che se questi docenti hanno occupato nel corso degli anni, e occupano tutt’ora posizioni utili alla stipula di contratti a tempo determinato e indeterminato nelle Graduatorie a Esaurimento e nelle relative prime fasce delle Graduatorie d’Istituto, si deve proprio al Consiglio di Stato e alle sue numerose decisioni favorevoli: decisioni emanate non solo attraverso le sentenze della VI sezione a partire dal non troppo lontano aprile 2015 e già passate in giudicato (Sent. Consiglio di Stato nn. 1973/15, 3628/15, 3673/15, 3675/15, 3788/15, 4232/15, 5439/15), ma soprattutto attraverso le centinaia di ordinanze in cui i giudici di Palazzo Spada confermavano il consolidato orientamento. Queste ordinanze specificavano, inoltre, che l’inserimento nelle GaE doveva essere utile “al fine della stipula di contratti di lavoro a tempo determinato e indeterminato”: un’espressione che il TAR Lazio ha da tempo recepito, emanando ulteriori centinaia di provvedimenti cautelari favorevoli, proprio a seguito del consolidato orientamento già espresso dalla VI sezione del Consiglio di Stato.

Un repentino cambio di rotta decretato dall’Adunanza Plenaria in questo momento, dunque, significherebbe rinnegare se stessi e le proprie decisioni, relegando questi docenti, prima ritenuti dagli stessi Giudici idonei all’accesso ai ruoli tramite scorrimento di graduatorie, alla illegittima funzione di “supplenti a vita”, condannati alla stipula di reiterati contratti a tempo determinato su posti vacanti andando ben oltre i 36 mesi di servizio, questione già ampiamente censurata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dalla Suprema Corte di Cassazione e, non da ultimo, dalla Corte Costituzionale.

Non va dimenticato, infatti, che proprio la Corte di Cassazione ha “graziato” lo Stato italiano, solo constatando che l’intervenuta immissione in ruolo o l’inserimento nelle graduatorie utili per l’accesso ai contratti a tempo indeterminato, potesse essere considerata quale unica ragione “utile” per “assorbire” l’illecito ed evitare al Miur la condanna al risarcimento del danno in favore dei lavoratori precari e che il famoso “risparmio di spesa”, tanto sbandierato dall’amministrazione nelle sue memorie difensive, andrebbe miseramente a naufragare contro le clamorose e consistenti condanne al risarcimento del danno che sarebbero di certo quantificate in milioni di euro, vista l’enorme platea di lavoratori sfruttati che si andrebbe a creare con la cancellazione dei diplomati magistrale dalle GaE.

“Cancellando i docenti in possesso di diploma magistrale dalle Graduatorie a Esaurimento – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – non si elimina il precariato, ma non si fa altro che renderlo ‘congenito’, cancellando il loro giusto diritto all’immissione in ruolo. E sarà, comunque, questa categoria di docenti abilitati a occupare i tanti posti vacanti nelle nostre scuole dell’infanzia e primaria perché sarebbero sempre i diplomati magistrale, stavolta chiamati dalla seconda fascia delle Graduatorie d’Istituto, quelli selezionati ‘per merito’, cioè per punteggio e professionalità acquisiti in tanti anni di lavoro, a garantire, come sempre hanno fatto, il corretto svolgimento delle attività didattiche, solo con la condanna decretata dai giudici di ritornare precari ‘a tempo indeterminato’”.

“La questione, dunque, è ben più complessa di come la si vuole rappresentare e l’Adunanza Plenaria non deve certo decidere se i ricorrenti siano o meno competenti, come vorrebbe far credere qualcuno, ma in realtà confermare se un docente con anni di precariato alle spalle e abilitato, abbia o meno diritto di entrare nelle Graduatorie che il Miur gli ha sempre precluso anche quando non erano ‘ad esaurimento’, non riconoscendogli mai il possesso di quell’abilitazione che solo nel 2013 un’altra azione legale – dopo anni di caparbia ostinazione del Ministero a negare quanto la normativa riportava nero su bianco – ha confermato come tale e imposto di considerare”.

Una sentenza di senso contrario al precedente orientamento, dunque, non farebbe che confermare che la giustizia nel nostro Paese non riesce mai ad essere davvero efficace. E che chi per anni ha lavorato, e magari ha conseguito anche l’immissione in ruolo per volere del Consiglio di Stato, ora deve ricominciare daccapo perché “il vento è cambiato”, rinunciando a tutto quello che ha conquistato dopo che per circa 15 anni si è sentito bistrattato da un Ministero che non riconosceva il suo titolo nonostante la normativa, ma ha comunque continuato a lavorare per lo stesso datore di lavoro, lo Stato, che gli stava negando un futuro da dipendente a tempo indeterminato.

Lanciare nel caos la scuola pubblica statale con il “terremoto” del tanto odiato “balletto di supplenti” che ad anno scolastico iniziato si potrebbe susseguire in caso di decisione negativa, relegare i diplomati magistrale nel “limbo” della seconda fascia delle Graduatorie d’istituto con il “merito” di centinaia di punti di servizio buoni solo, però, a stipulare innumerevoli contratti a termine in barba alla normativa comunitaria e rispedire nel precariato gli oltre duemila docenti che in questi anni sono stati immessi in ruolo proprio confidando in quei giudici del Consiglio di Stato che avevano dato loro ragione sin dall’inizio per ottenere il giusto riconoscimento del proprio sacrifico, non è certo la risposta che ci si aspetta in uno stato di diritto; non è certo la risposta che ci si aspetta da un’attenta e ponderata analisi del diritto e delle effettive questioni in gioco, motivo per cui il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sarebbe non solo certo, ma doveroso da intraprendere.

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